La denuncia alla commissione covid della Federazione italiana delle società medicoscientifiche: medici ospedalieri lasciati soli, mancanza di autopsie, di piano pandemico, di linee guida, disparità tra le regioni con e senza medicina territoriale, che, una volta attivata ha aiutato

Pubblichiamo la relazione integrale del dottor Alfredo Cuffari della FISM (Federazione Italiana delle Società Medico-Scientifiche) alla Commissione Covid dello scorso 5 novembre:

“Da consigliere FISM porterò io le considerazioni che come Federazione delle società medico-scientifiche abbiamo fatto.

Nei pochi minuti che abbiamo avuto prima dell’accesso, ci siamo un attimo confrontati e dobbiamo dire che abbiamo rivissuto dei momenti critici e drammatici per la nostra attività, per la nostra professione, perché in quei momenti ci siamo trovati quasi persi, perché comunque sia ci siamo misurati con un evento imprevisto, imprevedibile, di cui c’erano poche conoscenze, mancava un piano pandemico aggiornato, è mancata l’integrazione dei servizi tra territorio ed ospedale, non avevamo linee guida come società scientifiche e in quei giorni le diverse società hanno attivato numeri verdi, servizi di consulenza, tutto quanto potesse intervenire a supporto dei colleghi che lavoravano sia negli ospedali che sul territorio. Ricordo i sistemi e le schede di triage telefonico che avevamo attivato come Medicina Generale per poter avere un’idea man mano che arrivavano le considerazioni, le richieste anche semplicemente di intervento ambulatoriale. Non avevamo dispositivi di protezione individuale, non c’era in quel momento, e parlo della prima ondata, un sistema diagnostico, avevamo soltanto la clinica e una clinica che arrivava magari quando la situazione del paziente era già compromessa. Come trattare in maniera specifica ci è mancato, era la virulenza del virus in quel periodo, il forte tropismo polmonare che portava pazienti in situazione di estrema difficoltà necessariamente a ricovero a quel punto, in quel momento e non solo in Italia, mancavano, sono mancati i reperti autoptici, che sono quelli che successivamente ci hanno aiutato a comprendere quelli che erano i meccanismi polmonari, l’attivazione del sistema di coagulazione e quindi poter intervenire a livello domiciliare per poter salvaguardare l’evoluzione della malattia.

Tornando a quei momenti, la difficoltà era la gestione dei servizi e dei dipartimenti di igiene profilassi, che negli anni precedenti, soprattutto nelle regioni in piano di rientro, ma non solo in quelle, erano stati ampiamente depotenziati. Per cui l’ospedale ha risposto come ha potuto, assumendo giovani, coinvolgendo gli specializzandi, ricordare al Presidente che abbiamo attivato il sistema della laurea abilitante e assumevamo cinque giorni dopo la laurea medici e infermieri perché c’era bisogno di manodopera pesante in ospedale. A livello di territorio questo non è stato possibile, la medicina generale, i pediatri hanno continuato comunque a lavorare con le difficoltà che ci potevano essere, la stessa attivazione dei sistemi di comunicazione a distanza, le videovisite, i videoconsulti con gli specialisti e con l’ospedale. Lo sdoganamento di una ricetta elettronica, che sembra una cosa banale, che era pronta da anni, è partita in periodo Covid e che ha cambiato la possibilità per la popolazione di avere accesso ai farmaci senza dover necessariamente accedere agli studi. Questa è stata la disparità dei territori, perché ovviamente in base alla situazione di ciascuna regione, ma a volte anche all’interno della stessa regione, delle attività nei diversi territori, ci sono state delle risposte sicuramente diverse.

Alla fine di tutto è stata un’esperienza che ha insegnato e dovrebbe averci lasciato un testimone e in questo è Piano Pandemico che va aggiornato e strumenti di comunicazione, di integrazione che vanno potenziati, perché laddove ci sono compartimenti stagni tra i diversi servizi diventa estremamente complesso poi avere confronto e risposta in situazioni come perché la malattia Covid, al di là di chi è finito in terapia intensiva, nell’immediato il resto del mondo medico ha cominciato a conoscerla e a saperla curare giorno per giorno, a momenti in cui è cambiata la virulenza del virus, ma abbiamo imparato a mettere in atto dei sistemi di monitoraggio e di cura domiciliare che hanno consentito di frenare un po’ quest’onda.

È inutile che dia io dei numeri oggi, ma sono a disposizione. Faccio solo un esempio di un’azienda sanitaria della provincia romana dove emergeva, confrontandosi con i dirigenti, che circa un quinto dei malati effettivi di Covid in quel periodo è arrivato in ospedale. Il resto, una volta che avevamo messo a punto questi meccanismi, è stato poi gestito a livello domiciliare, con tutte le difficoltà possibili, ma è stato fatto. Ripeto, una lezione da imparare e ove possibile evitare di trovarsi nel futuro in situazioni analoghe e di ripetere degli errori dal punto di vista organizzativo o di risposta a un evento drammatico di questo tipo.”

L’onorevole Sancitto ha chiesto: “Buonasera, intanto la ringrazio. Lei ha parlato di mancanza di integrazione tra territorio ed ospedale. Le faccio una domanda specifica. Cosa si poteva e doveva fare di più per migliorare l’integrazione tra territorio ed ospedale e quindi per intercettare le complicanze durante quel periodo? Diciamo che sono due mondi che viaggiano o viaggiavano molto separati. In queste situazioni di malattie epidemiche, di salute pubblica, quello che avrebbe potuto e dovuto essere il nodo sono secondo me i sistemi e i servizi di igiene e prevenzione, che però erano e sono ancora depotenziati rispetto a quelle che sono le loro necessità. Per tutta una serie di motivi. Le regioni in piano di rientro non hanno assunto e quindi man mano che si pensionavano i medici non venivano rimpiazzati. Ci sono servizi di igiene e prevenzione che viaggiavano con due, tre persone. Poi in corsa sono stati assunti giovani colleghi con incarichi temporanei che hanno supportato le attività di questi servizi. E poi ci siamo industriati, nel senso che la possibilità, questo soprattutto nei piccoli centri, la possibilità di interconnettersi e una rete informale di comunicazione è stata attivata. Dopodiché tutti i servizi informatici che hanno consentito le videochiamate, le call conference con il confronto con gli specialisti, laddove potevamo avere dei dubbi a livello di territorio su quella che poteva essere l’evoluzione di quel paziente, ma era più per capire se e quando lo posso mandare, cercando di far filtro laddove le persone non si fossero già indirizzate in autonomia e per paura al servizio del pronto soccorso.

Se la sentirebbe di sostenere che le regioni che hanno reagito peggio all’impatto Covid sono quelle che hanno investito meno nei dipartimenti di prevenzione?”

La risposta di Cuffari della FISM: “Potrebbe essere, potrebbe essere perché è un servizio che nasce per fare questo, per osservare e per intervenire in caso di necessità e per quanto riguarda noi diciamo, la figura di coordinamento, perché altrimenti noi siamo delle monadi per quanto le società scientifiche, i sindacati, gli ordini, le federazioni possano aver contribuito a unificare. Però, se manca il referente che ha competenze specifiche su questo, l’interscambio tra di noi e il coordinamento di queste attività, dicevo, ci siamo trovati impreparati perché era una cosa violenta, sconosciuta e con un sistema a monte che non era pronto per gestire questo o una qualunque altra cosa, fosse stato un virus devastante intestinale, non solo respiratorio.”

Qui trovate il video della commissione Covid che si è tenuta il 5 novembre 2024

Le opinioni espresse in questo articolo sono dell’autore.

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