Tachipirina e vigile attesa e libertà di cura, in commissione Covid del 5 novembre ci sono state continue richieste di conferma sulla bontà dell’operato del Governo e nessun accenno al fatto che molti medici che non si sono attenuti alle procedure siano stati sospesi. Sono state chieste conferme che i protocolli del Ministero erano solo raccomandazioni, il tutto per “ improntare il lavoro a criteri di scientificità con quello che i medici e gli scienziati ci dicono”, così ha sostenuto il commissario Colucci.
Il tema è stato trattato nelle domande. Al dottor Alfredo Cuffari della Fism (Federazione Italiana delle Società Medico-Scientifiche) hanno chiesto: “Voi avete condiviso e se sì, sulla base di quali evidenze scientifiche il protocollo raccomandato della tachipirina e vigile attesa e se sì ritiene che questo protocollo sia stato efficace nella cura del paziente Covid, considerato quello che lei ha premesso nei suoi ragionamenti”.
Nella risposta si conferma che Tachipirina e vigile attesa erano solo un’indicazione. “In realtà le considerazioni sono di fronte a un evento febbrile a domicilio. Qualunque cittadino italiano ha nella sua farmacia la Tachipirina o un antinfiammatorio, più facilmente la Tachipirina (paracetamolo) perché è un prodotto da banco e c’è una tradizione di rispondere all’evento febbrile con l’antipiretico e poi osservare quello che succede. Ora, se questo per una influenza banale o per una tonsillite in fase iniziale è elemento normale, di fronte a un evento di questo genere nessuno poteva immaginare o sapere cosa fare. Dal punto di vista del mondo medico di famiglia da un certo numero di anni, lo abbiamo imparato strada facendo.”
E si continua con le domande: “A proposito del protocollo, era possibile per un medico seguire un protocollo diverso da quello indicato del paracetamolo e vigile attesa? A cosa andava incontro? Prego.”
Alfredo Cuffari conferma la libertà di scelta dei medici, dimenticandosi delle radiazioni dei medici che non curavano con questo protocollo e l’hanno detto in pubblico. “In realtà era sì possibile perché comunque nell’ambito e nella nostra attività la libertà di cura e la risposta con terapia alla situazione del paziente dipende dallo stato clinico del paziente e dall’esperienza del medico. A noi nessuno ha imposto di fare un trattamento piuttosto che un altro. Sulla base di quelle che erano le nostre conoscenze e la nostra verifica di quello che succedeva…”
“Se io oggi dovessi fare un intervento a cuore aperto, non sarei in grado di farlo, né mi lancerei a farlo. Di fronte a un’esperienza assolutamente nuova e drammatica, vado avanti con gli strumenti che ho, anche perché in certe situazioni, e parlo ad esempio di quello che è venuto fuori successivamente sull’uso dei cortisonici, eccetera.”
Il presidente della commissione Lisei chiede ulteriori conferme per ribadire il concetto. “Il protocollo Tachipirina e vigile attesa è rimasto in vigore, diciamo, forse fino al 2022, se non ricordo male, fino al 2021-2022, cioè come indicazione terapeutica comunque da parte del Ministero. Però mi sembra di aver capito che comunque se inizialmente si sia uniformati a quello perché non si sapeva cosa si andava incontro, dopo non tutti si sono uniformati a quel protocollo, l’hanno seguito in maniera diversificata, suggerendo anche altri strumenti farmaceutici. Volevo capire fino a quando, tra virgolette, se ci può inquadrare le date.”
La risposta di Cuffari conferma quanto detto in precedenza: “Orientativamente, perché adesso ricostruire diventa difficile, la prima fase, la prima ondata per cui parliamo di inizio marzo 2020 fino all’estate, dove eravamo tutti assolutamente disorientati. Le osservazioni, a volte anche l’iniziativa del singolo, il confrontarsi sulle nostre chat, sui nostri social, etc., l’idea che si potesse provare una strada diversa per andare a combattere la situazione infiammatoria, che era quella.”
“Vuoi che sia stato questo? Vuoi che sia cambiata anche l’aggressività del virus? Perché il virus continua a circolare ma non ha quella aggressività, oltre al fatto che oggi viene trattato in maniera diversa. Oggi è una brutta forma virale con tropismo prevalentemente respiratorio che mette a rischio gli anziani, i fragili, i pazienti con altre patologie, ma né più né meno di una brutta epidemia di influenza, perché in corso di epidemie influenzali abbiamo osservato negli anni decessi di soggetti fragili, eccetera.”
“C’è quello che veniva definito un effetto falce dell’epidemia influenzale che poi si ripropone nel periodo estivo legato alle ondate di calore. Le popolazioni di fragili soccombono a queste due killer, diciamo così, nei diversi periodi dell’anno. Ripeto, oggi siamo molto più attenti e in corsa siamo diventati molto più attenti.”
“Poi la possibilità di confrontarsi, lo scambio di informazioni, le evidenze che arrivavano dai primi lavori anche dall’estero, le osservazioni nostre hanno indirizzato verso un atteggiamento o comunque di contrasto, perché in realtà non era un qualcosa che faceva guarire, era un qualcosa che combatteva i sintomi e ritardava la progressione della malattia. Questo possiamo dire, perché sicuramente non è l’ibuprofene che cura l’infezione da Covid, però se cura l’infiammazione il soggetto sta meglio e riesce a superare quei momenti di crisi.”
Il dott. Filippo Anelli, nella relazione della Federazione Nazionale degli Ordini dei Medici Chirurghi, che ha difeso il governo, specifica che ogni medico ha potuto agire in scienza e coscienza. Anche qui, nessun accesso alle radiazioni da parte dell’Ordine.
“Volevo anche precisare che Tachipirina e vigile attesa, che sicuramente mi chiederete, quindi lo anticipo io, era una raccomandazione, non un vincolo per i medici. Tant’è che i medici, e quindi anche la Federazione, non sono mai intervenuti per limitare la libertà prescrittiva del medico, anche perché in quel periodo il Ministero, oltre alla Tachipirina, veramente poteva dire ben poco, perché non c’erano linee guida consolidate e non c’erano evidenze che potessero sostenere indicazioni di carattere diverso.
Quindi, credo che i professionisti medici italiani si siano comportati tutti secondo il principio classico di scienza e coscienza, di fronte a una situazione che richiedeva più un’esperienza empirica che un’evidenza scientifica nell’affrontare i casi di Covid. Se si dovesse fare un sondaggio tra i medici, credo che ben pochi colleghi abbiano seguito rigidamente quelle indicazioni: ognuno si è adattato secondo quelli che erano i sintomi, la gravità del caso e le peculiarità individuali. D’altra parte, la nostra professione si fonda proprio su questo, ovvero, da una parte i riferimenti che sono linee guida o raccomandazioni, dall’altra la valutazione che il medico fa di fronte alla peculiarità del caso che si trova davanti. Su questo, la giurisprudenza si è più volte espressa e ha più volte sottolineato.”
Il commissario Bonguerriere chiede al dott. Anelli:”Ringrazio il relatore e faccio seguito al suo ultimo ragionamento per chiederle. Lei ha detto che non c’erano evidenze scientifiche che potessero raccomandare un protocollo rispetto a un altro.
E allora le chiedo, secondo lei, perché è stato invece raccomandato un protocollo? E poi le chiedo anche: lei ha affermato che i medici potevano comunque, in libertà, scegliere la cura da somministrare, ma nell’ipotesi in cui un medico scelga una cura diversa da quella raccomandata dal protocollo, ci sono delle conseguenze diverse nel caso in cui ci siano poi conseguenze pregiudizievoli determinate dalla cura somministrata?”
La risposta, ancora una volta, conferma le scelte del governo: “No, questo avviene tutti i giorni, nel senso che i medici sono liberi di prescrivere sulla base del caso che hanno di fronte e hanno l’obbligo, ovviamente, di tener conto di quelle che sono le evidenze scientifiche, adattandole al caso peculiare. I medici rispondono personalmente se creano danni o problemi. Naturalmente, in tutto questo meccanismo c’è il consenso informato, nel senso che il cittadino decide insieme al medico la terapia; questo è il meccanismo su cui si basa la nostra professione. Nel caso specifico di allora, io credo che la raccomandazione fosse una raccomandazione in assenza di poter dire con certezza cosa fosse più efficace.
Se vi ricordate, all’inizio c’era l’idrossiclorochina che veniva consigliata. Si tratta di un farmaco che viene utilizzato per l’artrite reumatoide in maniera residuale, però veniva utilizzato, era stato proposto. Alcuni di noi l’hanno anche utilizzato all’inizio perché sembrava poter rispondere in qualche maniera al virus. Poi si è visto che gli studi fatti successivamente — gli studi significano che uno ha somministrato il farmaco e poi è andato a vedere se ha funzionato o meno — hanno dimostrato che non c’era nessun reale miglioramento rispetto a utilizzare un antinfiammatorio qualsiasi o addirittura la tachipirina.
I medici si sono comportati secondo quello che era la loro esperienza. Se, di fronte alla febbre, un medico utilizzava di più un antinfiammatorio rispetto alla tachipirina, si utilizzava l’antinfiammatorio. Se riteneva che le conseguenze polmonari richiedessero l’utilizzo del cortisone, usava il cortisone, così come oggi, di fronte a una tracheite, un medico utilizza il cortisone perché è indicato, perché può essere utile. Quindi, in questo caso, probabilmente tanti colleghi hanno utilizzato dei cortisonici. Siamo passati alla fase empirica, non alla fase scientifica, dove non c’era una terapia codificata che potesse, in qualche maniera, essere considerata una cura per il Covid.”
Il presidente Lisei torna a chiedere per ribadire il concetto: “Ho sentito prima ripetutamente parlare di protocollo ‘tachipirina e vigile attesa’, ma io volevo capire da lei perché, in realtà, il protocollo medico è una sequenza prescrittiva vincolante di comportamenti diagnostico-terapeutici ben definiti che risponde a delle linee guida. Lei ha fatto riferimento anche alla giurisprudenza sulla responsabilità medica, naturalmente.
Può definirsi dunque, come ho sentito dire in questa commissione, in varie domande, ‘protocollo tachipirina e vigile attesa’ o piuttosto si è trattato, come lei ha detto, di una raccomandazione? Tra l’altro, abbiamo sentito anche da precedenti auditi che la libertà del medico di individuare quella che è la terapia che ritenga più adatta al caso concreto sia sempre fatta salva, anche in caso di approvazione di un protocollo. E quello mi sembrerebbe che non fosse un protocollo.
Vorrei che facesse un po’ di chiarezza a questa Commissione, e che, nel caso in cui il medico si trovi ad affrontare una malattia non nota, come era in quelle prime fasi esattamente il Covid, applica un metodo di analogia, cioè cura quella malattia non nota secondo le prescrizioni terapeutiche delle malattie affini, appunto secondo un criterio di analogia. Potrebbe gentilmente scolpirci la differenza tra protocollo e raccomandazione, e la libertà del medico in assenza di protocolli di attuare la terapia che ritenga più utile per il paziente, prima per non aggravarlo e in secondo luogo per curarlo, se possibile, in relazione anche alla sua responsabilità medica?”
La risposta ancora una volta conferma le scelte del governo: “Sì, in parte l’ha già definito lei, quindi questo mi agevola il compito. È chiaro che la tachipirina, il paracetamolo, era una raccomandazione per ovvie ragioni, perché non poteva esserci un protocollo, perché non c’era un substrato scientifico. I protocolli fanno riferimento a una codifica di comportamenti di carattere terapeutico che rispondono a delle evidenze scientifiche chiare. Naturalmente, i protocolli sono sempre fatti su base statistica, sulla base di medie, e quindi non sono la verità assoluta per tutti, ma rappresentano un’indicazione, spesso vincolante, per il medico, dal quale ci si può discostare nel momento in cui il collega ritiene che, in quel determinato caso, ci siano le condizioni per applicare ragionevolmente delle soluzioni terapeutiche diverse. Quindi il medico è sempre libero di poter decidere sulla terapia che può fare, può discostarsi dai protocolli o dalle linee guida.
Sicuramente, la raccomandazione deve tener conto nel suo ragionamento delle evidenze scientifiche e, di fronte alle scelte che fa, risponde davanti alla legge per quelle che sono le scelte fatte. C’è da dire ancora una volta che, nel caso in cui si discosti, il medico ha l’obbligo di spiegare al paziente la scelta che sta facendo, perché questo è un passaggio importante che risponde a un principio costituzionale, che è quello della libertà di scelta da parte del cittadino rispetto a quelle che sono le indicazioni o le proposte che il medico attua.
Se posso, sul discorso della vigile attesa, che tanto può creare equivoci per noi medici: la vigile attesa è il monitoraggio del paziente, cioè non è che noi stiamo ad aspettare qualcosa in maniera passiva. Noi monitoriamo la situazione; per esempio, in alcune situazioni mettevamo il saturimetro e lo tenevamo a casa del paziente. Se vedevamo che la saturazione si abbassava a livelli critici, allora magari si interveniva con l’ambulanza per poter erogare il servizio necessario. Era un monitoraggio. Per noi la vigile attesa l’abbiamo intesa come monitoraggio, come tutte le cose che facciamo continuamente durante le terapie che noi svolgiamo”.
E poi viene chiesto: “Si parlava appunto di situazioni che lasciavano anche a atteggiamenti empirici comunque a esperienze che il medico aveva, che ha a disposizione, quindi tutti i medici hanno una storia, un’età, quindi evidentemente l’approccio che hanno nei confronti di una sintomatologia che deriva da situazioni che, come avete detto voi, non conoscono, è parametrato, è proporzionato al tipo di esperienza che ha alle spalle, quindi hai una storia clinica alle spalle e il tuo tipo di approccio alla sintomatologia è proporzionato sia di qualità che di quantità alla storia che ha alle spalle.
Proprio per questo che è un mio cruccio, nell’ambito territoriale, nella fase preventiva e nella parte domiciliare, il coinvolgimento anche delle generazioni più giovani, dei neolaureati, in situazioni molto complesse e domiciliari, a cose fatte, evidentemente, dove tutto è più semplicemente freddo. La vedreste, sia Presidente, segretario, insomma, colleghi, la fareste o la vedreste in maniera differente oggi le famose USCA rispetto al ruolo molto più impattante, storico del medico di medicina generale, che ha come definizione e contezza direttamente una storia alle spalle maggiore”.
Risposta: “In quel periodo c’è stato molto fermento anche nel mondo medico scientifico. Prima che arrivassimo alle USCA la discussione tra colleghi su come curare il Covid è stata allora che in tante parti d’Italia si è innescato un ragionamento tra medici di medicina generale e infettivologi su come provare a curare il Covid.
Sono state anche redatte delle, come dire, non erano delle raccomandazioni ma delle condivisioni vere e proprie tra colleghi, proprio nello scambio di esperienza che c’era stato. Quindi quando sono arrivati i giovani medici, soprattutto sul territorio con le USCA, hanno usufruito un po’ di questa esperienza che in qualche maniera è stata condivisa tra colleghi e che poi veniva riportata prevalentemente all’interno delle chat che sono state create in quella fase che era il mezzo più facile di comunicazione e di confronto fra i colleghi”.
Ancora qualche domanda. “Lo dico perché io non sono medico. All’inizio nessuno sapeva quale fosse la terapia da adottare. Quindi, se c’è una raccomandazione del Ministero, io dico: se fossi un medico — non lo sono — non saprei che terapia adottare, perché è una malattia completamente nuova. Se c’è una raccomandazione del Ministero, mi verrebbe spontaneo seguire le indicazioni fornite dal Ministero. È chiaro che c’è la libertà del medico. In una fase successiva, immagino che ogni medico abbia maturato un’esperienza diversa, ci sia stato dialogo — questo è ciò che ho capito da voi — anche nelle chat e confronti su possibili soluzioni alternative. Va bene che la raccomandazione non è vincolante, ma inizialmente, quando nessuno sapeva come reagire, ci si affidava alle raccomandazioni ministeriali. Questo è ciò che mi verrebbe da dire.”
“La raccomandazione era piuttosto carente,” continua il dott. Filippo Anelli, “nel senso che si può dire che la tachipirina si può utilizzare in caso di febbre, e poi si attende l’evoluzione della malattia. Se subentrano altri sintomi, la tachipirina è assolutamente insufficiente, anche perché devi gestire pazienti molto diversi tra loro: un anziano con diabete o cardiopatia richiede interventi più forti rispetto a un giovane sano, per il quale la vigile attesa può avere un senso. Quello che voglio dire è che, se si sollecita un’autorità ministeriale, in assenza di evidenze, forse si sarebbe dovuto precisare meglio che il monitoraggio del paziente, l’uso iniziale della tachipirina e poi la valutazione da parte del medico delle terapie caso per caso, era essenziale in mancanza di evidenze scientifiche. Forse questo andava chiarito.”
Si continua con le richieste di conferma: “Il protocollo tachipirina e vigile attesa è rimasto a lungo in vigore, nonostante, diciamo, la comunità medica avesse nel frattempo maturato nuove competenze? Perché quel protocollo non è stato modificato?”
Il medico spiega: “Sin dall’inizio, ognuno di noi ha cercato di dare una risposta al paziente. Se ti trovi di fronte a una persona che ha febbre, inizi con la tachipirina; se poi ha dolori diffusi, questa non è più sufficiente, quindi serve un antinfiammatorio. E se c’è tosse, aggiungi un mucolitico o del cortisone. Il medico, infatti, adatta la terapia in base all’evoluzione della malattia e alle condizioni del paziente. L’obiettivo era evitare che la malattia precipitasse, ma spesso ci trovavamo in crisi perché non sapevamo cosa fare. Consideriamo che il virus mutava continuamente, colpendo diversi apparati, quindi era necessario continuare a studiare fino all’arrivo dei vaccini.”
Il commissario Colucci interviene: “Vedo che continuiamo a utilizzare il termine ‘protocollo’, ma abbiamo ben compreso che non si tratta di un protocollo.”
Il dott. Filippo Anelli conferma: “È una raccomandazione.”
Colucci prosegue: “È stato chiarito che è una raccomandazione, ma l’abbiamo definita protocollo. Non voglio correggerla, ma credo che ora abbiamo acquisito una certa terminologia. Mi chiedevo se ci fosse ancora confusione e se fosse necessario chiedere ulteriori chiarimenti al dottore.”
Lisei: “L’ha già spiegato, è tutto chiaro.”
Colucci insiste: “Vorrei ricordare che il Consiglio di Stato si è pronunciato sul tema con un decreto del 19 gennaio 2022, quando Frattini era Presidente del Consiglio di Stato. Ha espressamente chiarito che ‘Tachipirina e Vigile Attesa’ è una mera raccomandazione non vincolante. Dottore, può confermare ancora?”
Lisei: “Ancora? Ho già detto che è una raccomandazione! Se vuole, possiamo mettere un cartello.”
Il dott. Anelli ribadisce: “Ho capito, mi sarà sfuggito il termine ‘protocollo’, ma è una raccomandazione, l’ho detto e mi scuso.”
Colucci insiste ancora: “Non è vincolante, e garantisce la libertà clinica del medico.”
Lisei: “L’abbiamo già detto.”
Colucci: “Il dottore conferma che la libertà clinica del medico è un diritto ma anche un dovere.”
Lisei: “Non vogliamo far ripetere le stesse cose. Conferma che è una raccomandazione e non un protocollo?”
Lisei ironizza: “Se vuole, possiamo scriverlo e farlo firmare da un notaio, magari dal collega Colucci, che fa anche il notaio. Chiaramente, è una raccomandazione. Libertà medica, è stato detto che nella prima fase non c’erano evidenze scientifiche, quindi i medici seguivano le raccomandazioni ministeriali fino a che non si è capito che erano insufficienti e hanno maturato nuove competenze.”
Colucci: “Vorrei chiarire che la raccomandazione ministeriale non rispondeva al bisogno del medico, che era ben diverso. La raccomandazione era applicabile solo nella fase iniziale con la comparsa della febbre, ma poi il medico era libero di decidere sulla base delle sue convinzioni terapeutiche.”
Lisei: “Per me era chiarissimo.”
Colucci: “Posso decidere io cosa è chiaro per me, no? Se decidete anche per il Presidente, non lo so. Tanto c’è il verbale.”
Lisei conclude: “Se vogliamo improntare il lavoro a criteri di scientificità, dobbiamo attenerci a ciò che i medici e gli scienziati dicono. È tutto registrato, non faccio supposizioni. Ognuno ascolta gli auditi e si forma la propria opinione. Se avete già concluso tutto, non c’è motivo di proseguire con la Commissione Covid. Ma finché siamo qui, ognuno sta ascoltando, sta facendo le proprie domande, e trarrà le sue conclusioni dal verbale e dallo stenografico.”
E di nuovo vengono chieste conferme sull’operato del governo e sull’introduzione della Telemedicina. Ciancito chiede di specificare se all’inizio la raccomandazione del Ministero fosse quella di paracetamolo e vigile attesa.
“Per vigile attesa si intende il monitoraggio del paziente. Come lei ha ben detto… la raccomandazione era il paracetamolo e vigile attesa. Vigile attesa significa monitoraggio del paziente. Lei ha ben detto che c’erano anche tanti pazienti cronici che dovevano essere monitorati e anche pazienti con sintomatologia molto più blanda. La domanda che io le pongo è questa: il sistema di medicina territoriale era in grado, per la quantità di pazienti da monitorare e per la complessità della patologia, di monitorare tutti i pazienti? Questa è una domanda importante perché al di là della terapia che era consigliata, la terapia va consigliata, ma il medico deve seguire il malato. Se il sistema non era in grado, perché, come lei ha ben detto, più delle volte si procedeva con metodi nuovi, innovativi, come potrebbe essere la telemedicina, la vigile attesa, quindi il monitoraggio del paziente. Per me, che sono un collega, un medico, significa questo. Andava, secondo me, organizzata dal Sistema Sanitario Nazionale in maniera diversa”.
E anche qui il Dott. Filippo Anelli conferma: “Il monitoraggio del paziente era gestito a livello domiciliare. Dobbiamo rifarci ai dispositivi dei dpcm e delle normative che sono state determinate, dove era assolutamente chiaro, ritorniamo al problema di prima, che il soggetto che ogni giorno doveva chiamare il paziente rispetto alle condizioni e, eventualmente, allertare il medico di famiglia era il medico dell’igiene pubblica, perché questo c’è scritto nel sistema. Non mi risulta che questo sia avvenuto per le difficoltà oggettive riferite. Se vuole, ritrovo il documento e le cito anche i passaggi. La procedura prevedeva che molte aziende attivassero delle piattaforme che noi potevamo consultare, nelle quali verificavamo le condizioni che inserivamo noi quando descrivevamo il paziente. Poi ci doveva essere il ritorno informativo da parte di questa gestione di sorveglianza epidemiologica, ma anche di attivazione dell’atto clinico. Formalmente, io mi sentirei di dirle che ci siamo riusciti nei limiti di quella che era la disponibilità umana, anche perché ricorderei che nel ‘Ristori-bis’ noi abbiamo fatto la proposta di anticiparci in qualche modo. Siamo stati l’unica categoria che non ha comportato alcun costo aggiuntivo durante quel periodo rispetto alla gestione del Covid, perché abbiamo chiesto l’anticipazione dei soldi che erano già previsti nelle finanziarie per i rinnovi degli accordi collettivi nazionali. Se non ricordo male, abbiamo descritto la reperibilità allargata ai nostri collaboratori”.
“Abbiamo cercato di creare delle micro-organizzazioni, dove anche il collaboratore, l’infermiere, il sistema di gruppo di medici con medici di riferimento, cercava di dare risposte attraverso tutti i meccanismi. Nei primi periodi, alcuni medici restavano persino a dormire negli studi per preservare le proprie famiglie dal contagio, ma hanno risposto al meglio delle loro possibilità. Ricorderei anche che, rispetto a quanto dicevo prima relativamente alle chiusure delle zone rosse, è stata la nostra associazione che a Vò Euganeo si è interessata nel momento in cui sono stati identificati dei casi. Fu fatto uno screening con tamponi a tutti gli abitanti per verificare le caratteristiche, poiché risultarono positivi. Poi fu fatto anche in altre zone, coinvolgendo molti pediatri di famiglia e medici di famiglia. La nostra associazione si interessò di trovare tre giovani che poi il Presidente Mattarella ha nominato Cavalieri della Repubblica perché si offrirono di andare a sostituire questi medici all’interno della zona rossa. E non le dico quanti problemi abbiamo dovuto superare con il prefetto e con le strutture di sicurezza che lo impedivano. Credo che i medici abbiano fatto tutto il possibile”.
“In una trasmissione ho detto anche troppo, perché infatti ne sono morti tanti”.
Il commissario specifica: “Allora, io non parlo dei medici, parlo del sistema o dei professionisti. Chiaramente, un medico fa un giuramento, il giuramento di Ippocrate, e quindi il massimo è compiuto. Parlo del sistema, se era in grado di reggere il monitoraggio di tutti questi pazienti. Non sto dicendo che il medico non abbia dato il massimo, affatto. Il mio non era un’accusa”.
Dott. Filippo Anelli: “No, no, no, questo l’avevo capito”.
E di nuovo chiede: “Il problema è se il sistema era in grado di reggere il monitoraggio. Era stato organizzato per monitorare tutti quei pazienti? Io credo che ci sia stato un grande esercizio burocratico all’interno delle procedure, al quale però non ha corrisposto una fattiva definizione dei processi”.
“Alla fine, però, mi permetta, lei parla di un sistema che è un servizio, e nel frattempo ci sono altre normative che regolano l’organizzazione dei vari servizi a livello regionale. Rispondere alla sua domanda è particolarmente difficile”, specifica Anelli, “perché ci possono essere stati luoghi dove c’erano gli strumenti e l’organizzazione che rendevano possibile questo monitoraggio, ma il problema è quale fosse la mediana in cui queste cose funzionavano. È chiaro che quella mediana, secondo me, io mi permetto di dire che tutti i medici, indipendentemente dal loro ruolo e dal modello organizzativo in cui operavano, hanno fatto il possibile per far sì che le cose funzionassero”.
Il commissario conclude: “No, no, no, lo dicevo, non volevo correggere il messaggio di prima per non dire che fosse stata la media. Ognuno ha fatto la sua parte, conta il modello“.
Qui trovate il video della commissione Covid che si è tenuta il 5 novembre 2024
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