Commissione Covid: articoli scientifici durate la pandemia pubblicati senza referaggio su riviste referenziate “deciso a livello internazionale”, dottor Claudio Cricelli, Presidente Emerito di SIMG

Pubblichiamo la dichiarazione integrale del dottor Claudio Cricelli, Presidente Emerito di SIMG, Società Italiana Medici di Medicina Generale di Cure Primarie, alla Commissione Covid il 15 ottobre 2024:

” Cercherò di essere estremamente conciso rispetto alle cose che sono oggetto degli interessi di questa Commissione.

Questa complessa circostanza chiamata Covid-19, inizia il 27 di gennaio del 2020, che è una data nella quale, a fronte di un accumularsi di conoscenze di eventi drammatici, l’Istituto Superiore di Sanità decide di convocare le società scientifiche italiane per cercare di concordare una serie di processi e di percorsi destinati a comprendere la natura della malattia, comprendere quale fossero le cause da una parte, l’andamento della malattia, quali fossero i soggetti più colpiti, quali fossero i soggetti a rischio, quali fossero le eventuali soluzioni e le terapie. Voi comprenderete che il 27 gennaio del 2020 non c’era una risposta a nessuna di queste cinque, di questi cinque quesiti.

In quella circostanza noi proponemmo, la Società Italiana di Medicina Generale che rappresenta e la società scientifica accreditata dei medici di medicina generale italiani e la società italiana di malattie effettive tropicali, la Simit, di proporre innanzitutto un questionario che contenesse le informazioni indispensabili da somministrare a tutte le persone che a qualunque titolo mostrassero dei sintomi che potessero condurre ad una diagnosi di Covid. E questa scheda di triage fu distribuita tempestivamente a tutti i medici di famiglie italiani, a tutti gli specialisti di malattie infettive, a tutti i reparti e anche agli altri colleghi. Poiché uno degli elementi di rischio sembrava essere la Cina e la provenienza a qualunque titolo dal territorio cinese, quel triaggio, quella scheda di triaggio fu tradotta anche in cinese, perché fu distribuita anche alla popolazione cinese residente in Italia, che era quella alla quale potevano essere imputati eventuali trasferimenti dalla Cina verso l’Italia.

Naturalmente a questi cinque quesiti poi abbiamo cominciato a dare non risposta ma organizzarci ed abbiamo trasmesso a tutti i nostri iscritti ma a tutti i medici di medicina generale italiani tutte le informazioni creando un sistema di informazione che è iniziato già ai primi di febbraio con le prime trasmissioni ricorderete che non era più possibile fare delle riunioni in presenza abbiamo fatto la prima FAD che è stata seguita alla fine di febbraio da 135 mila medici in diretta o in differita, a testimoniare la preoccupazione con la quale non soltanto i cittadini di questo Paese, ma anche i medici, esprimevano e avevano bisogno di capire.

E ci siamo occupati nel tempo da una parte di seguire le evidenze scientifiche che ci dicevano, ci davano le informazioni sulla natura del vettore virale, dall’altra parte le polemiche che c’erano in quel periodo, che erano le polemiche professionali, si può trattare, non si può trattare, quali sono i farmaci, abbiamo collaborato con l’AIFA e con l’Istituto Superiore di Sanità per identificare quali fossero i farmaci sui quali esistevano evidenze scientifiche di uso, perché sicuramente avrete ascoltato e molti di voi ricorderanno, c’erano le più fantasioso ipotesi sull’impiego, il più fantasioso possibile anche di farmaci già esistenti, perché non avevamo farmaci di nuova formulazione. E molti farmaci sono stati testati, noi stessi siamo stati coinvolti in tentativi di sperimentazione di farmaci e in suggestione della somministrazione sull’efficacia di alcuni farmaci, ricorderò soltanto la clorochina, ma molti altri, il farmaco antielmintico per i cavalli, veniva proposto di tutto.

E noi ci siamo concentrati insieme con l’autorità sanitaria dello Stato, col Ministero della Salute, l’Istituto Superiore di Sanità, la Direzione Generale della Prevenzione con Gianni Rezza, il dottor Bussaferro e altri, nel dare le informazioni che venivano selezionate sulla base delle evidenze scientifiche internazionali. Vorrei sottolineare che per la prima volta nella storia dell’informazione medica è successo un fatto singolare, fu sospeso, da marzo del 2020, il diritto di copyright delle riviste scientifiche mondiali. Cioè tutto ciò che riguardava Covid non si vendeva e non si acquistava. Voi sapete che gli articoli delle riviste internazionali, quelle più prestigiose, non sono di libera consultazione, devono essere acquistati o in abbonamento oppure individualmente.”

Per tutto il periodo del Covid, fino al 2022, le riviste internazionali più prestigiose, come JAMA, Nature, Lancet, New England Journal of Medicine, eccetera, hanno consentito l’accesso gratuito. Questo ha favorito moltissimo la diffusione delle informazioni. Quindi, ci siamo concentrati sull’informazione, sulla natura del vettore, soprattutto sulla trasmissione, che era la parte più importante per i medici di medicina generale. Poi ci siamo concentrati sull’organizzazione degli studi, perché era pericolosissimo accedere agli studi medici: non esistevano le condizioni di sicurezza, e ricorderete che i medici di medicina generale non hanno chiuso i propri studi ma hanno contingentato sia il modo in cui si accedeva, attivando delle soluzioni alternative. Il telefono e, spesso, WhatsApp sono stati tra gli strumenti più adoperati in quel periodo per il contatto con i pazienti. Quindi, abbiamo stabilito una serie di meccanismi di controllo e di contatto, e abbiamo favorito le visite domiciliari laddove fosse possibile effettuarle in sicurezza.

Non avevamo apparecchiature, non avevamo attrezzature, non avevamo le mascherine, non avevamo indumenti da indossare, come i calzari: ce li siamo comprati da soli. Il mercato interno era estremamente carente e, in quel periodo, si attendeva che tutto arrivasse dall’estero. Ci siamo quindi occupati delle varie fasi e siamo arrivati alla vaccinazione. Con i primi vaccini, abbiamo chiesto immediatamente al Ministro di consentire la vaccinazione universale, poiché era evidente che non si potesse procedere con la solita metodologia, privilegiando alcune categorie. Con il tempo, ci siamo occupati di studiare l’efficacia dei farmaci, definendo quali persone potessero essere curate a casa, e quando fosse possibile curarle.

Abbiamo acquistato e distribuito ai nostri pazienti alcune decine di migliaia di saturimetri, uno strumento prima sconosciuto a molti, eccetto che ai medici, ma che poi è diventato indispensabile. Abbiamo anche distribuito molte centinaia di migliaia di mascherine: inizialmente quelle chirurgiche, poi le FFP2. Successivamente, ci siamo concentrati sulla vaccinazione e, in una fase successiva, abbiamo istruito i medici sul corretto uso dei vaccini e, infine, sull’utilizzo dei farmaci antivirali per il Covid, comparsi tra la fine del 2021 e il 2022. Queste attività sono ancora in corso.

Vorrei concludere dicendo che siamo un’associazione scientifica: ci occupiamo di trasmettere ai medici e ai cittadini di questo Paese le migliori conoscenze scientifiche certificate. Non entriamo nelle polemiche, poiché non rientra né nel nostro compito istituzionale né nella nostra missione.

DOMANDE

Domanda: Grazie per la sua partecipazione; anche la sua sintesi, data l’imprevedibilità e la freneticità dei lavori parlamentari, è sempre utile. Vorrei chiederle: giustamente lei ha parlato, ha menzionato più volte le questioni delle evidenze scientifiche. Le linee guida, sintetizzate in paracetamolo e vigile attesa, avevano un’evidenza scientifica, così come il sostanziale rifiuto o comunque la messa in secondo piano di ogni altro tipo di intervento. Anche questo era basato su evidenze scientifiche oppure no? E se per il singolo medico era possibile discostarsi, o meglio, cosa comportava per un singolo medico eventualmente discostarsi da questa linea guida? Inoltre, la domanda è sempre questa: quali evidenze scientifiche c’erano sull’uso delle mascherine anche all’aperto e sull’uso costante delle mascherine, per esempio, nelle scuole, in particolare nelle scuole primarie, dove sono state imposte per molti mesi. Grazie.

Risposta: Grazie per la domanda. Non ho citato a caso la liberalizzazione delle conoscenze scientifiche disponibili sulla letteratura internazionale. Nell’arco di 12 mesi sono stati pubblicati sulle riviste scientifiche internazionali, tutte, nessuna esclusa, ma in particolare quelle generaliste e quelle specializzate, una stima di 14 volte più articoli originali di quelli che si pubblicano normalmente nell’arco di un anno. La seconda cosa che è accaduta e che vorrei sottolineare, che è strettamente inerente e pertinente alla sua domanda, Presidente, è che per la prima volta nella storia della medicina, a causa della gravità della situazione e della sua emergenza, sono stati pubblicati articoli su riviste referenziate. Voi sapete che l’importanza di una rivista e la sua credibilità dipendono da un numero e questo numero dipende dalla serietà e dal rigore con cui gli articoli proposti dagli autori vengono giudicati, verificati, accettati o respinti. Ecco, per la prima volta nella storia di queste riviste accreditate è stato deciso a livello internazionale di non sottoporre a referaggio gli articoli. Cosa voleva dire? Che chiunque avesse qualcosa da dire, a qualunque titolo, con tutti i limiti imposti dalla cautela, queste evidenze, ammesso che evidenze fossero, fossero sottoposte a giudizio e a valutazione.

Poteva pubblicare chiunque avesse qualcosa da dire, a qualunque titolo, con tutti i limiti imposti dalla cautela, senza che queste opinioni o queste evidenze, ammesso che evidenze fossero, fossero sottoposti a giudizio e a valutazione. Quindi questa cosa è importantissima a sottolinearla perché la produzione cosiddetta scientifica di questi due anni, 2020 e 2021, è una produzione scientifica non supervisionata. Di conseguenza, in quel periodo, proprio per la mancanza di supervisione, di fatto non è stato possibile produrre linee guida, perché sapete che il sistema nazionale delle linee guida, il piano nazionale delle linee guida, che è incardinato sull’Istituto Superiore di Sanità, si basa su una serie di metodologie per cui le evidenze devono essere costruite, verificate e allora generano, con molta difficoltà e con un lungo processo, le linee guida vere. Al di sotto delle linee guida c’è un secondo livello di minore affidabilità che sono le buone pratiche cliniche, che hanno minori livelli di evidenza ma che sono comunque comprese tra le prove che la legge 24 prevede come ispirazione per i medici che vogliono osservare una buona evidenza scientifica per i reati di colpa e colpa grave, al di sotto ci sono le raccomandazioni. In quel periodo, in carenza di evidenze e del tempo necessario a generare le evidenze, perché le evidenze hanno una base temporale che non può essere sottratta. Sono due gli elementi che generano normalmente l’evidenza, il tempo di osservazione e la numerosità del campione osservato. Non avevamo né tempo né campione, quindi costruivamo di volta in volta. Dico che in quel periodo avevamo raccomandazioni. AIFA emetteva raccomandazioni sui farmaci dicendo quello che in quel momento era il miglior livello di conoscenza che avevamo a disposizione.

Domanda dell’On. Bagnai: Mi presento, perché oltre a essere un precario della politica, cioè un parlamentare soggetto alle autorità del ciclo elettorale, sono anche un docente di ruolo di materia economica; partecipo al referaggio, lo subisco, lo passo, pubblico in classe A, so cos’è un H-Index, ne conosco i pregi e i difetti, così come conosco i pregi e i difetti del referaggio. Ve lo dico così almeno non prendiamo strade sbagliate, ma restiamo su un terreno che suppongo ci sia comune. E avrei due domande: la prima riguarda il fatto che lei ha espresso una fiducia che io condivido, se non altro per conflitto di interessi essendo parte della produzione scientifica, e fino a qui ci siamo. Fa parte anche della produzione scientifica l’articolo di Marion Nestle, pubblicato sul Journal of the American Medical Association nel novembre 2016, riguardante il finanziamento dell’industria alla ricerca nutrizionale. Lei probabilmente avrà, non so quale sia la sua specialità come medico, ma ricorderà che c’è stato un lungo dibattito sul ruolo dello zucchero o dei grassi nelle malattie cardiache. E siccome io sono uno che cerca di sopravvivere, cerco le linee guida nella scienza. Quell’articolo, non so se le chiedo, lei ha avuto modo di consultarlo, di leggerlo? Perché ha un sottotitolo interessante: La rilevanza della storia per il dibattito attuale. Questo è il sottotitolo. E la storia è una storia di finanziamenti da parte di aziende alimentari alla ricerca scientifica che hanno condizionato, prima in una strada e poi in un’altra, la produzione di evidenze scientifiche. Le chiedo se lei è corrente di questo dibattito, se questo dibattito è nel suo patrimonio culturale e se lei tiene presente questo aspetto.

Risposta: Dalla saccarina in poi, sì.

Domanda:A questo punto le faccio una domanda specifica. Torniamo ai giorni nostri: questo era il 2016, nel 2020 scoppia quello che scoppia, che lei ha dovuto gestire con i suoi colleghi e ovviamente a tutti i suoi colleghi va anche la nostra gratitudine, fra l’altro, per il lavoro che avete svolto.

Però mi permetta di farle notare che qui c’è una strana dialettica, che lei ha cercato di risolvere. Perché lei, da un lato, dice: ci siamo appoggiati alle evidenze scientifiche. La scienza, d’accordo? La scienza poi è anche politica. Le ricordo questo, lei non può saperlo: è scritto su un articolo scientifico che si occupa della mia umile persona. C’è una foto della campagna elettorale del 2018 dove un partito diceva “vota per noi, vota la scienza”. Non dico quale partito, perché non si fa pubblicità occulta sulla web tv di San Macuto, però diciamo che la scienza ha una connotazione politica nel dibattito italiano; c’è un partito che affermava di essere il partito della scienza. Quindi bisogna stare attenti, perché se poi da scienziati si dice “io sono uno scienziato”, si corre il rischio di sembrare uno che sostiene le tesi di quel partito. Lei, da un lato, ha rivendicato una forte adesione della sua società scientifica alle evidenze scientifiche, dall’altro ci ha detto che queste evidenze scientifiche, in quel periodo, per motivi anche condivisibili e comprensibili, venivano prodotte in forma estremamente attenuata. E visto che lei ha sollevato il tema di quali farmaci sì e quali farmaci no, si ricorda l’articolo pubblicato su The Lancet il 22 maggio 2020 e ritirato il 2 giugno 2020? Lo riguardo io perché ebbe molta rilevanza fra chi si occupava all’epoca di questo tema. The Lancet pubblicò un articolo per dire che l’idrossiclorochina era nociva nella terapia del COVID e poi lo ritirò perché questa nocività, improvvisamente, si scoprì che non era dimostrata. Questo che cosa ci dice? Ci dice che la scienza e il dibattito fra scienziati ha dentro di sé degli anticorpi, ma che un certo atteggiamento che ci siamo sentiti opporre in tante sedi, circa una scienza monolitica, per fortuna non è corretto. Mi piacerebbe avere delle sue considerazioni. Si ricordava questo episodio? C’è stato un dibattito nella sua associazione scientifica, per esempio, su questo specifico farmaco? Quali esperienze ha raccolto dai suoi colleghi nelle prime fasi, che sono quelle di cui ci stiamo occupando, della pandemia, circa l’efficacia relativa di questo o di altri farmaci? Ci sono stati altri casi che lei conosce di studi che prima hanno propugnato una certa terapia e poi l’hanno ritrattata? Questo ci interessa come contributo scientifico, capisce?

Risposta: Grazie, perché lei sta spostando giustamente sul metodo corretto, e così noi possiamo giungere al merito. Mi pare che si possa inferire questo dalla sua domanda. Allora, io ripeto che, per le circostanze straordinarie in cui questa pandemia è stata generata e si è svolta, per molto tempo – molto tempo vuol dire per alcuni mesi – non è stato possibile raccogliere le cosiddette evidenze forti, cioè quelle che sono sostanziate dal metodo scientifico e che possono generare, attraverso una metodologia che è prevista dalla legge italiana, delle evidenze trasformabili in equità.

Naturalmente, chiunque, in quel periodo, per lo stesso meccanismo che ho sottolineato prima, proponeva qualcosa, ma lo proponeva sulla base di quali elementi? Non sulla base di un’evidenza clinica. L’evidenza clinica consiste in questo: io ho somministrato un farmaco a una certa coorte di pazienti, ho osservato l’evoluzione della storia naturale della malattia in corrispondenza e in conseguenza della somministrazione di un farmaco e ho fatto uno studio sistematico. Ho visto che su una coorte di pazienti curati con una sostanza di qualunque tipo, questa è stata somministrata o sulla base di evidenze scientifiche – quindi un farmaco approvato da EMA e da AIFA – perché un farmaco viene impiegato nel nostro Paese soltanto quando le autorità competenti dicono che quel farmaco può essere impiegato per quella determinata circostanza.

Altrimenti, l’impiego viene definito off-label e quindi è lasciato alla responsabilità individuale del medico, il quale si assume la responsabilità. In questo caso, il medico può liberamente esercitare il suo diritto alla scienza e alla coscienza, ma su quel foglietto illustrativo e su quella scheda tecnica del farmaco non è scritto che quel farmaco, o quella sostanza, o quel principio attivo, possa essere impiegato. In questo, essendo operatori del Servizio Sanitario Nazionale, non abbiamo impedito a nessuno di esercitare il libero diritto di formarsi un’opinione su alcuni farmaci che venivano suggeriti come efficaci,

ma abbiamo rivendicato l’obbligo di aderire alle indicazioni dell’autorità sanitaria, visto che noi siamo operatori, oltre che medici, del Servizio Sanitario Nazionale. Rispetto a sostanze, credo ne sono state contate una cinquantina, le più svariate. Lo cito perché è stato un caso, voi ricorderete che ci sono dei farmaci, per esempio gli antibiotici, per i quali non esisteva alcuna indicazione scientifica, trattandosi di un virus ed essendo notoriamente gli antibiotici inefficaci contro le particelle virali, eccetto alcuni casi rarissimi, ma che non rientravano in questa casistica. Però qualcuno aveva suggerito l’impiego di alcune antiche notizie. Ancora una volta, voglio dire che sia l’autorità sanitaria italiana che le società scientifiche italiane,

tutte quelle che ho già citato e molte altre che si sono riunite – la società di pneumologia, che ho visto in audizione ora, la società di malattie infettive tropicali, la società italiana di farmacologia – hanno esaminato le evidenze non cliniche. Nessuno aveva mai visto cosa accadesse o potesse accadere a pazienti malati di SARS-CoV-2, a cui veniva somministrato un antibiotico. Nella medicina, come in altre discipline, spesso si lavora per analogia. Poiché si trattava di un evento come la polmonite, qualcuno ha pensato che probabilmente somministrando alle persone – magari fragili o vulnerabili, quindi quelle che non guarivano spontaneamente da COVID, poiché la stragrande maggioranza delle persone colpite da COVID, per fortuna, guariva – allora qualcuno ha detto: “Per analogia, proviamo a somministrare alcuni antibiotici.” E alcuni antibiotici sono stati somministrati e molti medici li hanno somministrati. E allora noi abbiamo applicato il principio laico e rigoroso della scienza,

al quale, e la ringrazio ancora per averlo citato, lei si richiama, e abbiamo detto: esiste un principio per cui il medico può usare, soprattutto in condizioni emergenziali, sostanze, molecole, principi attivi dei quali si è fatto un libero convincimento rispetto alla loro potenziale efficacia. Noi, come società scientifica accreditata ex lege 24 articolo 8, siamo tenuti a rispettare le evidenze di basso livello, quelle che si generano in condizioni emergenziali, di medio livello, dalle raccomandazioni alle buone pratiche cliniche fino alle linee guida.

In carenza di linee guida e di buone pratiche cliniche, nella loro impossibilità, abbiamo raccolto i suggerimenti dell’autorità sanitaria e abbiamo formulato delle raccomandazioni, che sono state la modalità di informazione più frequente nel periodo COVID. Non so se ho risposto alla sua domanda.

Domanda: La prima è molto semplice. Per sintetizzare la risposta, chiedo se potremmo concordare che una buona sintesi è che, in quel periodo, decisioni forti sono state prese sulla base di evidenze deboli. Che le evidenze fossero deboli di fatto ce l’ha detto, perché è mancato il tempo per una sperimentazione clinica. Che le decisioni fossero forti e qualche volta anche schizofreniche nella prima parte della gestione della pandemia, questo non so quanto sia contestabile, nel senso che siamo andati su decisioni non in ambito farmacologico, ma come il lockdown, decisioni molto forti. Avevamo però evidenze deboli; concorda con questa affermazione? Può essere una sintesi?

Risposta: Se viene storicizzata e diventa diacronica e non sincronica, le dico che è chiaro che, in una certa fase, le evidenze erano deboli. Ma devo dirle che, nell’arco di 24 mesi, quelle evidenze deboli sono diventate evidenze forti e le evidenze contro l’efficacia di alcuni farmaci sono diventate fortissime, internazionali.

Domanda: Benissimo, la ringrazio, ma le faccio presente che appunto il presidente Lisei ci ha proposto un metodo diacronico, tale che noi ci stiamo concentrando esattamente sulla prima fase della pandemia.

Risposta: Nella prima fase le evidenze erano deboli. Esatto, e sono talmente ossequioso della Presidenza che adesso scantono e vado alla seconda fase, nel senso che quando poi sono apparsi Comirnaty, tutti gli altri farmaci, c’è stato un dibattito, l’ha affrontato il tema dei livelli autorizzativi, off-label, eccetera, e lì anche per definizione, seguendo il suo discorso, non ci poteva essere un’evidenza clinica, non ci poteva essere un’evidenza forte. Le chiedo tecnicamente il livello amministrativo, autorizzativo che è stato usato per mettere in commercio questi, per distribuire, per somministrare insomma alla popolazione che ne aveva necessità questi farmaci. Non so se sono stato chiaro.

Domanda: Se vuole chiarire di quali farmaci stiamo parlando. Stiamo parlando dei vaccini che sono stati introdotti sostanzialmente all’inizio dell’anno successivo, la fine dell’anno. Perché quando siamo partiti con quella roba lì non c’era stato, mi sembra di capire, il tempo di raccogliere evidenze forti. Quindi qual era il meccanismo, anche normativo, per l’introduzione e la possibile somministrazione di questi farmaci, di questi rimedi?

Risposta: Allora, per quanto riguarda i vaccini per Covid, che erano due inizialmente, il primo fu studiato ad Oxford, un materbello che si chiama ChAdOx1, ed era un vaccino che poi è stato prodotto su larga scala in India, soprattutto. È stata una multinazionale dei vaccini indiana a produrlo per primo e addirittura a distribuirlo in dosi di fare. Il governo indiano ne acquistò più di un miliardo di dosi. E poi è stata la base, ChAdOx, Hox, vuol dire Hoxford. È stato sperimentato e approvato, ma questo lei prenda le mie parole come un riferimento alle norme. La procedura emergenziale consisteva nel ridurre il numero dei soggetti sotto forze di sperimentazione, ma non ad abolirlo. Il numero dei soggetti sotto forze di sperimentazione era ridotto perché dovevano avere delle caratteristiche. Beh, innanzitutto occorreva somministrarlo in cui c’era l’intensità della pandemia, perché si vede l’effetto protettivo di un farmaco, come il vaccino, soltanto quando noi possiamo verificare di quanto diminuisca la trasmissione e la trasmissibilità. Quindi bisognava scegliere anche delle situazioni in cui fosse sperimentabile. Dell’esperimentazione del vaccino di Oxford, le evidenze sono state acquisite attraverso vari passaggi, è stato sottoposto a verifica per quello che io ricordo, ma ripeto, non è la mia materia.

Presidente: In teoria non è neanche il tema delle audizioni, il tema della vaccinazione. È necessito attraverso i pareri sia dell’FDA americana che dell’EMA, perché l’autorizzazione… io mi ricordo che una volta alla settimana, mi pare il mercoledì pomeriggio, c’era questa conferenza stampa e questa riunione internazionale di EMA, alla quale partecipavamo tutti i pomeriggi con i responsabili dell’autorità regolatorie del farmaco di ogni paese. Sia nel caso di ChAdOx che nel caso di Comirnaty sono state fatte delle sperimentazioni che rispondevano ai criteri che sono criteri oggettivi dell’Unione Europea e dei singoli paesi che restringono e perché sono criteri emergenziali. Occorreva definire la messa in commercio e la validità terapeutica di queste sostanze nel più breve tempo possibile e non era naturalmente possibile aspettare gli anni necessari.

Domanda: Le domande sono due, derivano anche come quella del collega Bagnay dalla sua risposta precedente. Come ci ha spiegato, come si è passati dal paracetamolo agli antinfiammatori, come è noto il paracetamolo ha un effetto antinfiammatorio assai ridotto.

E una domanda che comprendo benissimo e che avevo fatto prima, gliela ricordo: cosa comportava per un medico non seguire quelle raccomandazioni, a cosa andava incontro? Ultimo, qui li sento subito.

Risposta: In realtà, la costruzione dell’evidenza è un percorso. Io ho parlato, vi ringrazio per aver colto il senso; la ricerca scientifica non è mai sincronica, cioè non avviene nel momento in cui… perché non si genera, è popperiano il principio.

Avviene attraverso la negazione, attraverso lo smentire, ma è diacronica, cioè si costruisce nel tempo ed è quello che è successo. Non esistevano delle raccomandazioni, eccetto quelle che noi ricevevamo dall’autorità sanitaria, e non è mai esistito un problema tachipirina o antinfiammatori, perché il comportamento del medico era un comportamento analogico. Quando il medico non ha una base solida, gli dicono: “Abbiamo provato che questo farmaco combatte il tumore del polmone o qualunque altro,” ma si dice: “C’è un’ipotesi su base biologica, per analogia con casi che sono assimilabili, vicini, simili,” per combattere i sintomi, perché stiamo parlando di sostanze che non sono mai state lontanamente considerate in grado di guarire il Covid.

La prima sostanza in grado di guarire il Covid è stato un antivirale, anzi due antivirali, uno desueto e non più utilizzato, ed è l’unico su cui esistono ormai solidissime evidenze scientifiche che combatte il virus del Covid. E somministrato in fase precoce, quel farmaco è in grado di stroncare il Covid. Io l’ho preso perché ho preso il Covid e in 48 ore ho potuto testimoniare, ma non perché io sia un testimonial di quel farmaco, ma perché era scritto nella scheda tecnica di quel farmaco, che l’impiego di quel farmaco avrebbe prodotto quei risultati. Quindi io non mi sono affidato al farmaco, ma mi sono affidato all’autorità sanitaria che lo ha esaminato. Scusi, forse ho divagato, lei aveva fatto anche una seconda domanda.

Domanda: La seconda domanda è che cosa comportava per un medico non seguire queste raccomandazioni? Poteva farlo liberamente?

Risposta: Divagherò leggermente. Dal 7 novembre al 7 dicembre si tiene ogni anno a Firenze un seminario di studi della facoltà di giurisprudenza che è organizzato dalla professoressa Pagni, che mette insieme tutte le componenti che devono verificare quali siano le evidenze scientifiche e quali siano i risvolti civili e penali, compresi quelli assicurativi. Stiamo parlando della legge 24. Quando i medici devono comportarsi in condizioni emergenziali e non possono fare riferimento, né civilisticamente per colpa o colpa grave, o d’omissione, per incompetenza, per negligenza.

Quando io palesemente non applico le evidenze scientifiche che mi offre la scienza, e naturalmente la giurisprudenza e i tribunali valutano quali evidenze ci sono, a cosa può fare riferimento il medico. In quel periodo non esistevano evidenze, tanto è vero che non abbiamo mai sostenuto e nessuno ha mai sostenuto che l’acetaminofene, detto anche paracetamolo, il nome commerciale è tachipirina, ma ce ne sono almeno 75 in Italia, o gli antinfiammatori non steroidei e il cortisone, che è stato anche proposto come farmaco, o gli antibiotici, un antibiotico in particolare che non si trovava più in farmacia per i casi in cui ce ne fosse bisogno, anche l’idrossiclorochina non la trovavano più quelli che ne avevano bisogno. Non sono mai stati considerati farmaci curativi, cioè in grado di curare e di impedire l’evoluzione di Covid laddove questa fosse, per motivi legati alla biologia, alla fragilità, alla vulnerabilità delle persone. Erano farmaci sintomatici, di conseguenza combattevano un sintomo e di conseguenza, a mio parere, non c’è punibilità del medico se ha somministrato questo farmaco per combattere il sintomo, perché quelli sono farmaci che non guariscono la malattia. Se il medico dicesse “Io ho le evidenze per guarire la malattia, il paziente prende questo farmaco e guarisce, non muore, guarisce e magari non muore o non ha l’evoluzione negativa,” quello è un problema che io non posso risolvere e che appartiene alla scienza e alla coscienza.

Domanda: Dottore, nel ringraziarla di questa sua illustrazione che davvero introduce finalmente un quadro scientifico alle materie che stiamo cercando di esaminare, io vorrei un chiarimento su una sua dichiarazione che verosimilmente non ho compreso. In quella fase soprattutto iniziale del fenomeno pandemico, dove come lei ci ha spiegato, non c’erano evidenze scientifiche curative, non si sapeva proprio questo virus cosa fosse e quindi tantomeno come poterlo curare. Il lockdown, quello che però noi chiameremmo isolamento, distanziamento sociale, quarantena, non era quella la misura primaria per evitare il dilagare del virus, che la scienza medica peraltro aveva anche sempre storicamente utilizzato in caso appunto di malattie infettive. Io ricordo pagine della nostra letteratura nelle quali vengono descritte dettagliatamente le misure di distanziamento, di contenimento, di separazione dalla vita sociale di quei soggetti che erano ad esempio infettati di peste. Ecco, potesse darci un chiarimento perché avevo capito che invece non fosse così. Grazie. Grazie.

Risposta: Infatti io un anno fa, un anno e mezzo fa, ho tenuto una conferenza ad una sezione del Rotary. Sapete che una delle nostre attività è anche quella di parlare al Rotary. C’è un’immagine bellissima di un tram super affollato, credo, di New York, in cui le persone salgono tutti con le mascherine. E soprattutto per esempio per combattere la poliomielite, che diventò sub-pandemica in quel paese, ma poi anche nel resto d’Europa, si trovava il distanziamento e la mitigazione. Gli strumenti classici dalla quarantena in poi, tutti noi ricordiamo come soprattutto nei porti si creassero delle strutture in cui venivano quarantenati. Quarantena vuol dire 40 giorni, in realtà, per accertarsi che i marinai oppure le merci trasportate dai marinai non trasmettessero delle malattie, compresi i topi che poi erano i principali vettori di alcune malattie come la peste. La mitigazione è un elemento spontaneo. Ora, la mitigazione estrema e il distanziamento, perché mitigazione è diluire, distanziamento è tenere le persone lontane, appartengono alla moderna scienza delle malattie infettive e trasmissibili. Ciò che si trasmette… Poi vi ricorderete, ora io staremo delle settimane, io per 24 mesi sono stato vittima di una giornalista radiofonica, che si chiama la mia amica Emanuela, che tutti i pomeriggi mi aveva scelto come testimonial dei casi che si presentavano.

E di cosa parlavamo? Parlavamo di questo. Volete sapere se è stata fatta una sperimentazione su quanto, a quale distanza il virus si possa trasmettere con le particelle di saliva? Con la nebulizzazione, con la micro nebulizzazione, con le particelle più grosse e piccole? È stata fatta. Perché all’inizio non si faceva, ma gli Stati Uniti hanno preso un’intera comunità di un’intera cittadina, Milwaukee, e hanno misurato a che distanza andavano le particelle.

Quindi questa diacronia ha costruito evidenze. Se volete sapere il mio parere, poi io non entro nel merito delle decisioni politiche, perché il lockdown non è una decisione soltanto medica, sono sui principi fondamentali della inibizione della trasmissione dei vettori effettivi e trasmissibili, che sono mitigazione e distanza di vetto. Grazie.

Domanda di Bagnay: Sì, grazie Presidente, grazie Dottore. Allora, sto cercando di capire, perché sono passati quattro anni, proprio perché il Presidente ci chiede di concentrarci sulla prima fase, alcuni ricordi sono un po’ sfocati, ma poi insomma le cose si ricordano. Lei descrive un mondo in cui, data l’emergenza di un nuovo patogeno assolutamente sconosciuto, alcuni presidi come per esempio la sperimentazione clinica protratta, la peer review, eccetera, la produzione scientifica, erano stati per motivi razionali di difesa rapida dall’emergenza sospesi e ci descrive anche un mondo che in qualche modo era, non dico incentivasse, ma tollerasse la libertà di scelta terapeutica dei medici. Per restare proprio al marzo 2020, qui adesso non li ho con me, ma insomma ricordo le linee guida stilate dalla Società Terenaria di Medicina Generale, che ha ben chiarito, insomma lei, voi chiarivate che non bisognava ricorrere al fai da te assumendo di propria iniziativa farmaci, questo vale comunque sempre, cioè i medici esistono per evitare che i pazienti si ammazzino con i farmaci, questo insomma, quanto meno sono un presidio di…

Ma lei anche oggi concorda sul fatto che gli antinfiammatori sono totalmente inefficaci nella cura del Covid-19 e anzi sono potenzialmente pericolosi per cui ne va impedito l’uso? Questa è una domanda che le faccio visto che parliamo di diacronia perché la sua posizione nel marzo 2020 era questa. Ti sa, ricorda? È la riporta Repubblica? Quindi metto la disposizione. No, questa è una dichiarazione che viene attribuita a lei da Repubblica, se la prenda con Repubblica. A me la prendo spesso con Repubblica, succede tutti i giorni. L’importante è sapere che cosa dobbiamo fare se domani abbiamo la tosse e non sentiamo i sapori e gli odori. Ce li sconsiglia ancora gli anti-ozzi o vemai che abbia sconsigliato gli antinfiammatori?

Risposta: Allora, ci sono due tipi di raccomandazioni. Una veniva fatta nei confronti della decisione autonoma del paziente di assumere dei farmaci senza la prescrizione e l’indicazione del medico. La cosa successe. Vorrei ricordarle che la clorochina sparì dai magazzini, non si trovava più, come altri farmaci antibiotici che io non cito, ma non perché i medici la prescrivessero soltanto, ma perché i pazienti facevano un accaparramento di queste sostanze. Quindi la prima raccomandazione era quella, non assumete farmaci, chiedete al medico, perché la catena di trasmissione dell’informazione e della formazione è una catena continua. Io l’ho illustrato all’inizio, noi abbiamo fatto soprattutto un’operazione di formazione dei medici, tutti i giorni c’erano una quantità incredibile di corsi di formazione a distanza e i medici ponevano i loro problemi e apprendevano le conoscenze che giorno per giorno si stratificavano. Quindi salvaguardia del paziente contro l’automedicazione selvaggia e non supportata da evidenze e informazione del medico sui farmaci. Curare le malattie si divide in varie fasi, si curano i sintomi delle malattie, si curano alcuni aspetti delle malattie, si guariscono le malattie.

Lei è ben consapevole che i farmaci in grado di guarire le malattie sono meno frequenti di quelli in grado di trattare le malattie croniche non sono guaribili. Non abbiamo un farmaco che guarisca il diabete mellito tipo 2. E’ un’evidenza comune. Noi non ci occupiamo soltanto di guarire le malattie, ci occupiamo di consentire alle persone di vivere con le malattie, di convivere con le malattie e di impedire che le malattie evolvano, di sopravvivere. Quindi questa è la gamma degli interventi che il medico fa. Ma sappiamo tutti che non si muore quasi mai in età giovanile e in uno stato di buona salute per una malattia effettiva virale, invernale. Nonostante tutto si somministra un antipiretico. Questo vuol dire trattare quella malattia, sì, ma non guarire quella malattia.

Domanda: Il tema, però, è ben altro e su quello noi dovremmo concentrarci, che tanto nella fase iniziale quanto nelle fasi successive, tutta una serie di misure, tutta una serie di atteggiamenti politici sono stati presi partendo dal presupposto che esistesse un’unica verità, che è un presupposto che dovrebbe far sorgere brividi in qualsiasi soggetto scolarizzato nel XX secolo e mediamente colto, perché è il presupposto che è stato alla base di tante cose brutte successe in quel secolo breve e sinceramente a me non sembra che voglia emergere da questo dialogo, da questa indagine, una consapevolezza da parte dell’esponente della Società di Medicina Generale del fatto che, come dire, si è stati troppo categorici in certe sedi. Collega, colgo la sua sollecitazione. Antinfiammatori sì o antinfiammatori no? Questa è la domanda, perché ognuno di noi potrebbe… Antinfiammatori oggi sì o no?

Risposta:  Per far cosa? Per curare il Covid. Per cui qualcuno riscontri di avere sintomi del Covid e si trovi ad avere un tampone positivo. Se vuole fare una terapia sintomatica, scelga pure, secondo le evidenze scientifiche, quale farmaco utilizzare per i sintomi di Covid. Se lei vuole guarire dall’infezione virale di Covid non può usare un farmaco che non ha queste indicazioni.

Domanda: Assolutamente sintetico, ma naturalmente mi complimento con lei Presidente per questa prima audizione. Dottore, ho perso forse io il filo del suo discorso, non credo che l’abbia perso lei. Lei ha parlato di due tipi di raccomandazione ai pazienti: la seconda, punto interrogativo, e se potesse completare quell’elemento lì. La seconda osservazione, le chiedo: ma io ho capito bene che in tutta la prima fase pandemica nella quale non c’erano evidenze scientifiche i medici dovevano regolarsi secondo il principio dell’analogia, come lei ci ha spiegato, cioè curare in base alle terapie che apparivano relative a malattie simili in quel momento. E questo appartiene peraltro all’obbligo del medico e nessuna prescrizione da parte di autorità superiori avrebbe potuto modificare in quella fase. E che è l’atteggiamento dei singoli medici, ed è corretto che invece questa impostazione si modifica. Ema, AIFA hanno diversamente approvato i protocolli, ad esempio anche quelli vaccinali. Ho compreso bene, grazie.

Risposta: Ha compreso perfettamente. Tutti noi ci troviamo spesso in circostanze in cui non è chiara la diagnosi di natura della malattia, e Covid-19 è stato un caso paradigmatico. Noi lo studieremo per secoli, Covid-19, ma non è la prima volta.

Gli antichi non conoscevano minimamente la causa delle malattie. Come si comportavano? Si comportavano con la magia.

Oggi la magia non è più consentita e quindi noi dobbiamo informare i due elementi del paradigma. Il terzo mi sfugge perché è politico, quindi io non ho incidenza, che sono i cittadini, i quali naturalmente si fanno una propria opinione di fronte a una malattia sconosciuta, mai vista prima, di cui non si sa nulla, perché il 27 gennaio del 2020 io e nessuno al mondo sapeva di cosa si trattasse. Abbiamo combattuto con gli strumenti che per analogia, ma l’analogia deriva dall’esperienza clinica, abbiamo visto avere un certo effetto, ma eravamo consapevoli che non conoscendo la causa della malattia non potevamo somministrare una terapia risolutiva. Potevamo soltanto curare i sintomi.

Commissario: È stato chiarissimo. Lei aveva chiesto, ho detto prima che comunque aveva chiesto un potenziamento anche della medicina territoriale. Sì, noi abbiamo chiesto e io le ho portato una summa della documentazione. Cosa avevamo chiesto?

Risposta: C’erano tre punti. La assoluta inadeguatezza di tutte le strutture sanitarie, non solo degli studi di medicina generale, ad accogliere i pazienti in quel periodo. Ricorderete che occorreva fare un percorso di entrata e un percorso di uscita che fossero ben differenziati. L’inadeguatezza era data dall’assenza di un piano pandemico?

Domanda: C’era un piano? Erano strutturati? Cioè, sapevano come chiedo?

Risposta: No, queste sono state indicazioni che noi abbiamo convenuto, concordato e abbiamo distribuito sulla base, da una parte del buonsenso comune e dall’altra delle evidenze legate alla trasmissibilità delle malattie. È chiaro che in uno studio, se viene un paziente ammalato di Covid e trova 30 persone a sedere, trasmette il virus. Se il paziente entra da una parte ed esce dalla stessa parte, naturalmente non segue un percorso di sicurezza. Quindi queste erano indicazioni di base che fanno parte della nostra cultura generale.

Abbiamo soprattutto investito la maggior parte del nostro tempo e delle risorse nel formare i medici, che avevano bisogno di sapere quello che accadeva giorno dopo giorno, perché giorno dopo giorno cambiavano non le evidenze, ma le notizie. Cioè, era una travolgente sequenza di nuove informazioni, alcune verosimili, alcune affidabili, altre palesemente inverosimili. Bisognava dire che cosa era verosimile e di che cosa bisognava diffidare.

Domanda: Ma c’era un’informazione dall’alto o le singole associazioni hanno cercato ovviamente di diffondere le informazioni?  Io credo molto nel concetto di sussidiarietà, Presidente.

Riposta: Noi ci siamo assunti le nostre responsabilità consapevoli che lo Stato e le sue istituzioni non erano in quel momento in grado di svolgere al 100% tutte le cose che era necessario fare. Ci siamo assunti le nostre responsabilità, la sussidiarietà fa parte della nostra cultura sociale e politica. Per fortuna esiste un senso di dovere civico in questo Paese per cui, invece di lamentarsi sempre dell’insufficienza dello Stato…

Commissario: No, no, chiaro, io volevo capire se c’erano le informazioni, quindi voi vi siete sostituiti in un periodo in cui non c’erano le informazioni…

Risposta: Ci siamo sempre attenuti ai criteri rigorosi della prescrizione dei farmaci secondo le buone pratiche cliniche.  Abbiamo cercato di fare del nostro meglio.

Domanda: Ha parlato di buonsenso su procedure che riguardano di fatto dei percorsi all’interno dell’ospedale.  Io vorrei enfatizzare quanto invece, più che di buonsenso, dentro gli ospedali, anche con le direzioni di presidio, potevano in alcune situazioni specifiche, coerentemente, e nelle possibilità che gli edifici e le strutture venivano a consentire la separazione dei percorsi sporco-pulito, potevano fare la differenza in tante situazioni. In alcune altre proprio non era possibile dividere i percorsi, i percorsi sporco-pulito hanno potuto e potevano fare la differenza. Certamente, quindi, oltre al buonsenso, anche la scienza.

Risposta: Le rispondo rapidamente. Io non ho parlato minimamente di una materia come quella dell’organizzazione sanitaria ospedaliera di cui io non sono esperto. Io ho parlato soltanto degli studi dei medici di Medicina Generale che sono stati in qualche maniera non sbarrati, sono rimasti sempre aperti, ma lei sa bene che i medici spesso lavorano in gruppo, 5 o 6 medici, con sale d’attesa comuni in cui c’è di tutto. Soprattutto ci sono gli anziani. Cioè noi abbiamo protetto gli anziani vulnerabili di questo Paese, tenendoli a casa, parlandogli al telefono”.

L’audizione della Commissione Covid è stata trasmessa in diretta sulla sulla Tv della Camera dei Deputati (qui il link alla diretta, 15 ottobre pomeriggio)

Le opinioni espresse in questo articolo sono dell’autore.

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