In Commissione Covid ha parlato il 15 ottobre sera la rappresentante della società italiana di pneumologia, la professoressa Paola Rogliani. Pubblichiamo la trascrizione integrale di quello che ha detto.
Domanda: Le voglio chiedere una cosa che è avvenuta, credo, in tutti gli ospedali. Io ero un direttore di Dipartimento in un ospedale Hub che ha visto progressivamente le pneumologie, negli anni, da quando sono entrata in ospedale, passare da due o tre a diventare unità operative complesse, poi dipartimentali e, in alcuni casi, addirittura semplici, nell’ambito dei Dipartimenti di Medicina. Oggi il Covid ci ha dimostrato quanto siano importanti, perché voi avete contribuito a traghettare i pazienti dalla medicina generale alla semi-intensiva, evitando spesso i disastri che, altre volte, sono stati dei passi di non ritorno. Quindi, lei come si immagina, alla luce di quello che è successo, la pneumologia del futuro, con l’attivazione di posti di semi-intensiva permanente, e non soltanto l’attenzione volta all’ampliamento delle terapie intensive? Lo sappiamo e l’abbiamo compiuto solo parzialmente, perché nella mia regione solo il 14% di quelli che dovevano essere i posti letto attivati sono stati effettivamente attivati. Io credo molto di più nei protocolli applicati dalla pneumologia e dalla semi-intensiva, che è stata tutta in mano vostra.
Risposta: La ringrazio per la domanda. La pneumologia ha vissuto un periodo di auge quando si trattava di malattie respiratorie e tisiologia. Fortunatamente, la tubercolosi è ancora presente, ma non così diffusa come in passato, e in alcune realtà si è verificato un downgrading, per usare un brutto inglesismo. Tuttavia, durante il Covid, la pneumologia ha dimostrato di essere essenziale per le competenze nella ventilazione meccanica non invasiva, in contrapposizione alla ventilazione invasiva per pazienti intubati, offrendo un supporto ventilatorio rilevante, soprattutto per l’insufficienza respiratoria che il Covid ha comportato. Le semi-intensive, che erano presenti solo nel 12% delle UOC sul territorio italiano, sono state aumentate, e grazie anche al DL34 molti posti letto sono stati riconvertiti in unità di monitoraggio o semi-intensive, dotate di stanze a pressione negativa per contenere le infezioni respiratorie. Tuttavia, è necessario creare un’anagrafe delle semi-intensive respiratorie, poiché attualmente mancano dati certi su questo fronte. Per le terapie intensive, sappiamo che prima del Covid c’erano circa 5.000 posti letto in Italia, ovvero 8,4-8,5 posti letto per 100.000 abitanti, che sono aumentati a circa 8.000 durante la pandemia e che ora restano attivi tra i 7.000 e gli 8.000. Invece, per quanto riguarda i posti letto di terapia semi-intensiva, non abbiamo ancora un numero preciso. Il Ministro Schillaci, ad aprile 2023, ha emanato un documento del Ministero che riguarda l’organizzazione dell’area critica e specifica i requisiti per le aree intensiva, semi-intensiva e di monitoraggio, e i rapporti medico-paziente per i vari livelli di intensità.
Domanda di Colucci: Grazie, buonasera innanzitutto, grazie della sua relazione. Ha fatto un passaggio a un certo punto in cui ha detto che nei vostri reparti la mortalità è stata del 12 per cento, non ho capito se si è mantenuta inalterata rispetto all’anno precedente o se anche in altre reparti è sempre stata del 12% non ho capito proprio mentre parlava questo dato che ha dato
Domanda di Colucci: Grazie, buonasera innanzitutto, grazie della sua relazione. Ha fatto un passaggio a un certo punto in cui ha detto che nei vostri reparti la mortalità è stata del 12 per cento; non ho capito se si è mantenuta inalterata rispetto all’anno precedente o se anche in altri reparti è sempre stata del 12 per cento. Non ho capito proprio, mentre parlava, questo dato che ha dato.
Questa è la prima domanda. La seconda, cortissima, è: secondo lei, come mai, nella vulgata comune — io non faccio il medico, quindi non ho un dato preciso — si è parlato di un aumento dei casi di polmonite negli anni precedenti, che tutti hanno raccontato, eppure non si è pensato, prima del 2020, a rafforzare e potenziare i vostri reparti? Mi piacerebbe partire dalla seconda perché è una domanda che mi pongo anch’io, se posso.
Risposta: “Sicuramente, in realtà, in alcune strutture si è operato in tal senso, perché l’expertise riguardo alla ventilazione meccanica e a metodiche diagnostiche, che sono squisitamente della nostra disciplina, come la broncoscopia e l’endoscopia respiratoria, sia operativa che diagnostica, rappresentano gli aspetti cardine della disciplina. Il Covid ha messo in luce, in modo drammatico, per tutti coloro che non ci sono più e per le loro famiglie, l’utilità di questa disciplina e delle sue competenze.
Riguardo al dato, il dato fa riferimento a un’analisi condotta dalla Società Pneumologica e, in particolare, dall’Associazione Italiana Pneumologi Ospedalieri sul dato di mortalità registrato a maggio 2020 nei 10.000 pazienti trattati nei reparti di pneumologia italiani, e la mortalità era pari al 12 per cento. Il 12 per cento è lo stesso dato che si registra nei reparti di medicina in generale, le medicine interne, le geriatrie, durante il periodo invernale degli anni precedenti”
Domanda: “Mi consenta di fare qualche domanda alla professoressa in maniera molto veloce però come piace a lei, domande e risposte. No, professoressa, lei si dilunghi nel modo in cui ritiene. Anzi, innanzitutto, professoressa, la ringrazio molto del suo intervento scientifico che finalmente porta in questa Commissione un contributo di qualità e di oggettività. Un’unica precisazione nella sua relazione, ma potrebbe essermi sfuggito questo dato: l’Organizzazione Mondiale della Sanità il 30 gennaio del 2020 dichiarava la diffusione del nuovo coronavirus quale emergenza di salute pubblica. Mi pare che, anzi ne ho la certezza, solo in data 11 marzo 2020 dichiarava lo stato di pandemia. Quindi lo stato di pandemia veniva dichiarato l’11 marzo del 2020. Mi preme segnalare che il Consiglio dei Ministri già il 31 gennaio, cioè il giorno dopo che l’Organizzazione Mondiale della Sanità aveva dichiarato l’emergenza di salute pubblica e non la pandemia, aveva deliberato lo stato di emergenza. E come lei ha ricordato, il primo episodio in Italia, l’episodio di Codogno, si è verificato il 18 febbraio. Il 18 febbraio viene identificato e poi viene portato il 20 febbraio a pubblica. Perfetto, quando appunto il Consiglio dei Ministri aveva già deliberato lo stato di emergenza. Ciò posto, questa piccola precisazione.
Professoressa, alcune domande secche. Allora, la prima: ci hanno illustrato altri auditi che là dove vi sia mancanza di evidenza scientifica i medici, in libera coscienza, si muovono applicando il criterio dell’analogia, nel senso che curano quello che appare essere una malattia che non conoscono sulla base delle malattie che già conoscono. Questo è corretto?”
Risposta: “Sí, assolutamente corretto.”
Domanda: “Dal momento che una polmonite si presentava come una polmonite virale e con insufficienza respiratoria grave, questi erano i casi che andavano a riempire il pronto soccorso. La questione è che riempivano il pronto soccorso nello stesso tempo in un numero che non era mai stato evidenziato prima. Quindi, professoressa, quando in quella fase mancavano dei protocolli terapeutici sul virus, la cura attraverso la tachipirina o il cortisone o gli antibiotici, che naturalmente era una cura sul sintomo e non sulla malattia, quindi per la guarigione, dal punto di vista della società che lei rappresenta, era corretto?”
Risposta: “No, non è corretto quello che lei sta dicendo, nel senso che sicuramente sono stati messi in atto dei trattamenti atti a mirare all’infezione, che potevano essere antibiotici o antivirali. Sul cortisone c’è sempre stata un’attesa sulla reale opportunità nell’utilizzo del cortisone in questi pazienti così come nel trattamento inalatorio, tant’è che nella fase iniziale, ma anche nelle fasi successive, il trattamento inalatorio, si parla di aerosol, non veniva indicato perché poteva essere veicolo di contagio per una dispersione delle particelle contenenti il virus. In quella fase, professoressa, in cui mancavano indicazioni terapeutiche, questo virus non era conosciuto, una qualche disposizione dell’autorità avrebbe potuto incidere sul diritto-dovere del medico, sulla libertà del medico di applicare la terapia che riteneva secondo la sua coscienza la più appropriata a quella malattia?”
Domanda: “Che intende per autorità? Perché un’autorità politica non può imporre un trattamento.”
Risposta: “Non può imporre un trattamento”.
Domanda: “Ecco, in mancanza di protocolli scientifici dettati dalle autorità scientifiche, una qualche autorità poteva imporre alla libertà del medico un qualche trattamento?”
Risposta: “Da un punto di vista medico si opera in scienza e coscienza.”
Commento del commissario: “Benissimo, benissimo. Benissimo” (la ripetizione non è nostra, deriva dalla sbobinatura)
Risposta: “Allora, si seguono le linee guida, e le linee guida vengono stilate su grandi numeri. I grandi numeri ci danno un’indicazione della più alta probabilità che quel trattamento possa funzionare. Andare per aneddoti non porta da nessuna parte, sicuramente non al beneficio del paziente. È per questo motivo che la pneumologia, così come altre discipline, abbiamo fatto rete per condividere esperienze e per basarci su quello che la letteratura internazionale ci forniva. In questa fase, sono stati pubblicati rapidamente moltissimi studi, ma purtroppo alcuni di questi sono stati ritrattati perché non erano adeguati. Per esempio, ho sentito citare prima l’idrossiclorochina, il Plaquenil; nell’NIH.gov ci sono stati almeno 15 protocolli di trattamento in sperimentazione, che però non hanno dimostrato effetti positivi definitivi.”
Domanda: “Professoressa, approfitto ancora della sua competenza. Mi può illustrare gentilmente, nel caso di malattie epidemiche e contagiose, l’utilità delle forme di distanziamento sociale?”
Risposta: “Per le patologie contagiose, ne ho citata una prima che è nella memoria storica della mia disciplina: la tubercolosi, a diffusione aerogena. In questo caso, il distanziamento può essere utile nella fase di contagiosità, cioè quando il paziente si definisce vacillifero. Quando il paziente non è più vacillifero, il distanziamento sociale non ha più ragion d’essere. Per le patologie a dispersione droplet, come il COVID-19, nella fase di emissione di particelle contenenti il virus, sicuramente un distanziamento poteva essere ragionevole.”
Domanda: “Professoressa, ci può illustrare come abbiano reagito le regioni che avevano una sanità territoriale più capillare? Hanno reagito meglio all’esplosione del virus rispetto a quelle che avevano centralizzato la sanità? Mi sembra di capire che, laddove mancasse un’efficace organizzazione territoriale, il virus veniva portato nei grandi ospedali e i pazienti non riuscivano a essere curati a casa. Può darci un quadro di questa situazione?”
Risposta: “Non sono in grado di darle una risposta adeguata al quesito perché potrei offrirle solo una mia opinione personale. Rappresento qui la società, quindi mi riservo eventualmente di farle pervenire una risposta più dettagliata al suo quesito.”
Domanda: “La prima domanda riguarda una fase iniziale, prima ancora che esplodesse la pandemia, tra i mesi di novembre e dicembre del 2019, in cui alcuni clinici avevano rilevato un aumento di casi di polmonite che sembravano essere più numerosi rispetto a quello che era il dato statistico. Lei pensa, ovviamente tutto questo è successo in una fase in cui eravamo totalmente all’oscuro del tema del Covid, lei pensa che in qualche modo quei casi siano poi esplosi nei mesi successivi?”
Risposta: “Molto si è detto, ma siamo nell’ambito dell’aneddotica, quindi non c’è una risposta al quesito. È una sensazione che alcuni hanno avuto, ma non tutti, e non c’è evidenza che possa sostenerla”.
Domanda: “Grazie, la ringrazio. Per quanto riguarda poi le fasi successive, ovvero quando si è entrati poi nel vivo della pandemia, lei ritiene che in qualche modo il lockdown abbia aiutato a gestire quella fase di estrema emergenza?”
Risposta: “Su questo non so darle una risposta certa, perché l’abbiamo vissuta così. Se l’avessimo vissuta diversamente, come sarebbe andata? Non lo so dire. Sta di fatto che i nostri reparti erano pieni, il nostro pronto soccorso era pieno, quindi non le so dire come avremmo potuto gestire diversamente da come abbiamo fatto. Se meglio o peggio, questo non glielo so dire”.
Domanda: “Va bene. E chi decideva, e in base a cosa, quando un paziente doveva essere intubato?”
Risposta: “La clinica, la clinica e c’erano parametri e l’evoluzione del quadro che deponevano per l’eventualità di incrementare il trattamento o il setting assistenziale”.
Domanda: “Va bene, grazie. Ultima domanda. Per quanto riguarda, ovviamente, i dispositivi e il materiale, lei pensa, ad esempio, ai caschi Cipap, che ce ne fossero abbastanza o non erano sufficienti nel numero?”
Risposta: “Questa è una bella domanda, perché abbiamo vissuto dei momenti in cui avevamo reale carenza, perché il mondo utilizzava, il mondo, ma non il mondo detto in senso colloquiale, ma proprio il mondo intero a livello globale. C’è stata quindi una necessità di dover ovviare alla carenza, che però è stata veramente un lasso temporale breve in cui abbiamo avuto necessità. Abbiamo cercato di ottimizzare le risorse che avevamo in ogni modo”.
L’audizione della Commissione Covid è stata trasmessa in diretta sulla sulla Tv della Camera dei Deputati (qui il link alla diretta, 15 ottobre sera)
Le opinioni espresse in questo articolo sono dell’autore.
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