Quando la verità brucia, resta solo l’insulto, così il delegato Onu di Israele chiama “strega” Francesca Albanese per aver denunciato il genocidio in corso

L’attacco di chi viene sorpreso a commettere crimini storicamente segue lo stesso copione: negare, distorcere, delegittimare. Quando la difesa si sgretola, resta l’arma più antica e miserabile: la calunnia. Così il delegato israeliano alle Nazioni Unite, Danny Danon, ha pensato bene di etichettare Francesca Albanese, Relatrice Speciale ONU per i Territori palestinesi occupati, come una “strega”. Uno sfregio grottesco e simbolico, perché arriva nel momento esatto in cui Albanese ha presentato un rapporto devastante: 24 pagine che identificano 63 Stati come complici nel crimine collettivo di genocidio nella Striscia di Gaza.

«Miss Albanese, you are a witch.» L’insulto è stato pronunciato in sala con la leggerezza tossica di chi scambia la diplomazia per una rissa da talk-show. Danon, dopo aver ascoltato le accuse mosse all’apparato israeliano e ai Paesi che continuano a sostenerlo politicamente, economicamente e militarmente, ha scelto la linea del dileggio personale anziché l’argomento. Ha parlato di “libro degli incantesimi”, di “maledizioni”, di “bugie e odio”. Ha definito Albanese «una strega fallita» il cui rapporto sarebbe «un incantesimo vuoto».

«Sei una strega e questo rapporto è un’altra pagina del tuo libro degli incantesimi. Ogni pagina di questo rapporto è un incantesimo vuoto, ogni accusa un incantesimo che non funziona perché sei una strega fallita. Hai cercato di maledire Israele con bugie e odio.»

E intanto, come nota lo stesso rapporto, gli stessi governi prontissimi a sanzionare la Russia per l’Ucraina restano, curiosamente, solidissimi partner commerciali e militari di Israele. Coerenza geopolitica a corrente alternata.

Non è bastato nemmeno il richiamo del presidente di seduta, costretto a ricordare all’ambasciatore di evitare «osservazioni personali e denigratorie». Danon ha insistito. Perché quando si esauriscono gli argomenti, ci si affida al rogo simbolico.

Albanese non ha indietreggiato di un millimetro. E la sua risposta è già storia nella diplomazia contemporanea:

«È grottesco e francamente delirante che uno stato genocida non possa rispondere alla sostanza delle mie scoperte, e la cosa migliore a cui ricorre è accusarmi di stregoneria. […] Se avessi il potere di fare incantesimi, lo userei per fermare i vostri crimini una volta per tutte e per assicurarmi che i responsabili finissero dietro le sbarre.»

E ancora: tutti, «dal fiume al mare», ebrei, musulmani, cristiani e laici, dovrebbero vivere liberi e con pari diritti. Non un grido di guerra, non un anatema: un principio universale sui diritti umani. Ed è per questo che fa così male a chi l’ascolta: perché rivela, con semplicità, l’abisso morale tra chi denuncia e chi bombarda, tra chi chiede giustizia e chi tenta di mettere a tacere con gli epiteti.

Il rapporto Albanese, “Gaza Genocide: a collective crime”, non lascia zone d’ombra. Il diritto internazionale è chiaro: nessuno Stato può aiutare o assistere un altro Stato nel commettere crimini internazionali. Non è una questione di opinione. Non è diplomazia. È legge.

Eppure la relatrice non ha potuto parlare da New York: l’amministrazione statunitense l’ha sanzionata, costringendola a presentare il documento da Città del Capo. Non è un dettaglio. È la prova plastica della pressione politica esercitata contro chi osa nominare l’innominabile.

Albanese chiede ciò che qualsiasi osservatore indipendente e qualsiasi vittima civile griderebbe: cessate il fuoco permanente, sospensione delle forniture militari, congelamento delle relazioni diplomatiche con uno Stato che agisce nell’impunità. In altre parole, la fine del privilegio coloniale mascherato da diritto alla sicurezza.

La storia insegna che chi denuncia un crimine sistemico viene quasi sempre marchiato, isolato, diffamato. “Strega”, “traditore”, “filoterrorista”, “antisemita”: sempre lo stesso schema, in ogni epoca, in ogni teatro di oppressione. Ma la Storia ha anche un’altra costante: alla fine registra chi aveva ragione.

E oggi, davanti agli occhi del mondo, la calunnia non è altro che la confessione di chi non può più nascondere l’indicibile.

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