C’è un copione che si ripete con impressionante regolarità: prima una sostanza viene presentata come rivoluzionaria, poi emergono dubbi, infine parte una poderosa macchina di rassicurazione pubblica. È accaduto con il tabacco, con l’amianto, con alcuni farmaci ritirati dal mercato. E oggi, nel dibattito agricolo, accade con il glifosato.
Il principio attivo reso celebre dal marchio Roundup, sviluppato e commercializzato per decenni dalla Monsanto e oggi nelle mani di Bayer, è diventato il simbolo di un modello agricolo che non può permettersi di rallentare. Troppi interessi economici in gioco, troppi ettari coltivati, troppe filiere dipendenti da un sistema costruito attorno a erbicidi e sementi compatibili.
Il messaggio che arriva al pubblico è sempre lo stesso: “State tranquilli, i livelli sono bassissimi. Tutto è sotto controllo”. I residui nei prodotti ortofrutticoli? Ben al di sotto dei limiti di legge. Le valutazioni tossicologiche? Rassicuranti. Le autorizzazioni? Concesse dopo attente revisioni. E così, passo dopo passo, si normalizza l’idea che tracce di pesticidi nel cibo siano un dettaglio trascurabile, quasi una paranoia da social network.
Ma la questione non è solo tecnica. È politica ed economica. Perché quando un modello produttivo dipende in modo massiccio da una sostanza chimica, metterla in discussione significa mettere in discussione interi asset industriali. E allora la comunicazione si concentra su un punto chiave: spostare l’attenzione.
“Ti preoccupi della cosa sbagliata”, è l’argomentazione ricorrente. E qui il ribaltamento è abile. Si ricorda – correttamente – che chi consuma più frutta e verdura vive più a lungo e si ammala meno. Si sottolinea – altrettanto correttamente – che i livelli di pesticidi sono generalmente inferiori ai limiti di sicurezza. Si conclude che, se l’esposizione ai residui fosse davvero una delle principali cause di malattia, vedremmo un aumento del rischio tra i grandi consumatori di ortofrutta. E questo non emerge chiaramente nei dati epidemiologici.
Il ragionamento è lineare. Ma viene usato come scudo. Perché dal fatto che i benefici di frutta e verdura superino i rischi potenziali non discende automaticamente che il modello agricolo dominante sia il migliore possibile o che non esistano alternative meno dipendenti dalla chimica di sintesi.
Nel frattempo, il biologico viene spesso liquidato con un’alzata di spalle: “Non è privo di pesticidi, usa solo pesticidi diversi”. Vero. “Non ci sono prove convincenti che produca risultati sanitari superiori”. Anche questo, nel complesso, è corretto. Ma la discussione non è solo nutrizionale: riguarda biodiversità, suolo, esposizione cumulativa, strategie di lungo periodo.
Poi arriva l’argomento definitivo: l’epidemia di malattie croniche non nasce dai pesticidi, ma dall’eccesso calorico e dalla sedentarietà. Negli Stati Uniti si superano in media le 3.500 calorie al giorno, con meno di 20 minuti di attività fisica quotidiana. Il problema è mangiare troppo e muoversi troppo poco. E, di nuovo, è difficile contestare la sostanza del dato.
Eppure, anche qui, il rischio è creare un falso aut aut. Come se fosse necessario scegliere tra combattere l’obesità e interrogarsi sui pesticidi. Come se discutere di glifosato significasse ignorare il bilancio energetico. Le grandi leve – alimentazione quantitativa e movimento – contano enormemente. Ma il fatto che contino di più non rende irrilevanti le altre variabili.
Il punto centrale è un altro: chi definisce le priorità? Chi decide quali rischi siano “accettabili” e quali no? Quando un’industria miliardaria è coinvolta, la risposta non è mai neutra. Le multinazionali hanno l’obbligo fiduciario di massimizzare il profitto. La salute pubblica, invece, è una responsabilità collettiva.
Oggi il messaggio dominante è rassicurante: mangiate frutta e verdura senza paura, i residui sono minimi, il vero problema è l’eccesso calorico.
La storia insegna che le sostanze “sicure entro i limiti” possono restare tali per decenni, finché nuovi dati non cambiano il quadro.
Quando la normalizzazione di un rischio coincide perfettamente con gli interessi economici dei produttori, lo scetticismo non è paranoia. È prudenza.
Le opinioni espresse in questo articolo sono dell’autore.
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