Il 27 gennaio 1945 le truppe sovietiche entrano ad Auschwitz. I cancelli del più famigerato campo di sterminio nazista si aprono non sulla libertà, ma su un paesaggio di cenere, di fame e di follia. Primo Levi, uno dei sopravvissuti, racconterà più volte che quella liberazione non ebbe nulla di festoso. Non c’erano grida di gioia, né abbracci: solo la stanchezza, la vergogna, la colpa di chi è rimasto in vita mentre gli altri sono scomparsi nei fumi dei forni crematori.
C’è però un dettaglio, annotato da Levi con la consueta lucidità, che in troppi ancora dimenticano: la selezione tra chi doveva morire subito e chi, invece, poteva essere sfruttato come forza lavoro nei lager non veniva effettuata né da ufficiali delle SS né da soldati armati. La responsabilità di decidere chi fosse destinato alle camere a gas spettava ai medici.
Sì, ai medici. A quella stessa categoria che dovrebbe incarnare l’etica, la cura, la difesa della vita, fu affidato il compito di trasformare la scienza in strumento di annientamento. È un paradosso tragico, eppure storicamente documentato. Non furono i fanatici con la svastica al braccio a stabilire chi dovesse vivere e chi bruciare: furono uomini in camice bianco, laureati, colti, perfettamente inseriti nel prestigioso mondo accademico tedesco. E fu proprio quel sapere medico – quel sistema disciplinare che pretendeva di misurare, classificare, curare – a farsi carnefice in nome della razza e della supremazia.
Non si può parlare di Auschwitz senza puntare il dito anche contro quella medicina complice, che non si limitò a “seguire ordini”, ma costruì le basi ideologiche e tecniche della Shoah. Furono medici, ricordiamolo, a sperimentare sui prigionieri. Furono medici a firmare per le sterilizzazioni forzate, per le eutanasie degli “indegni di vivere”, per i protocolli di eugenetica applicata. Furono medici a compilare le liste per la “soluzione finale”. E furono medici a presidiare le rampe ferroviarie, indicando con un gesto del braccio il destino immediato di donne, bambini, vecchi e uomini.
Quel gesto non era casuale. Era il frutto di un sapere che si era prostituito al potere, come ben comprese Michel Foucault quando parlò di biopolitica: la trasformazione della medicina in strumento di controllo e selezione della vita e della morte. Non si arriva a quell’orrore per caso: si arriva quando la scienza si illude di poter dominare la natura umana, quando la tecnica si emancipa dall’etica, quando la medicina cessa di curare per iniziare a giudicare.
Primo Levi, che quel gesto lo subì in prima persona, comprese che nulla era più grave del sapere usato per distruggere. Per questo tornò infinite volte su quel punto: la selezione era affidata ai medici. Non perché volesse criminalizzare un’intera categoria, ma perché capì – con anticipo tragico – che quando il sapere perde la bussola morale, può diventare l’arma più efficace del totalitarismo.
Oggi, ricordare Auschwitz non è solo un atto di memoria. È un dovere politico e culturale. È un monito contro ogni forma di complicità tecnica. Perché la storia insegna, ma solo se la si ascolta fino in fondo: non sono solo i soldati a fare le guerre; a volte, sono i medici a decidere chi deve vivere e chi no.
Le opinioni espresse in questo articolo sono dell’autore.
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