Nel dibattito sulla qualità della sanità italiana, spesso si parla di riforme strutturali, investimenti, nuove tecnologie e riorganizzazioni. Raramente, però, si affronta la questione più elementare e allo stesso tempo più decisiva: quella dell’etica personale di chi lavora dentro gli ospedali. A riportarla al centro è il dottor Sandro Sansevero, che offre una lettura controcorrente e, per molti versi, disarmante nella sua semplicità.
«La sanità è un mezzo, è un semplice mezzo, cioè non esiste l’ospedale etico, è una sciocchezza. L’ospedale è etico o non etico a seconda dei sanitari, delle persone che ci lavorano dentro, che rendono etico o non etico quello che fanno. Non è un mezzo etico o non etico: sono le persone che rendono appunto etiche o non etiche le cose», afferma Sansevero al convegno “Gestione del Covid-19: la parola alla scienza”, mettendo in discussione l’idea – sempre più diffusa nel discorso pubblico – che la moralità di una struttura sanitaria dipenda dalla sua missione dichiarata, dalla sua reputazione o dal suo modello gestionale.
Per il medico, non è l’insegna a fare la differenza, ma le coscienze individuali. La sanità, dunque, non sarebbe un’entità astratta dotata di qualità proprie, bensì uno strumento nelle mani di chi la esercita. In questo senso, parlare di “ospedali virtuosi” o “ospedali problematici” può diventare una semplificazione che rischia di oscurare il vero nodo: la qualità dell’agire umano.
«Quindi, limitandomi semplicemente a parlare solamente del mezzo sanità, incomincio nella scala dei valori di come dovrebbe essere, perché soprattutto ci dovrebbero essere appunto l’etica delle persone che poi vivono e lavorano in quell’ambiente», prosegue Sansevero, richiamando una scala di valori che, prima di qualsiasi protocollo, richiede la presenza di professionisti capaci di incarnare principi di rispetto, responsabilità, umanità e trasparenza.
Da questo punto di vista, la tecnologia, la competenza tecnica, l’organizzazione dei reparti o la dotazione delle strutture restano importanti, ma non sufficienti. Senza una base etica condivisa, tutto il resto diventa una facciata. Le risorse, se gestite senza integrità, possono perfino amplificare comportamenti distorti invece di correggerli.
Ecco perché Sansevero individua un punto di partenza preciso e imprescindibile: il giuramento professionale. «E il primo punto, appunto — scusate il bisticcio di parole — dell’etica nella sanità è il giuramento», spiega, ricordando come questo atto simbolico sia spesso ridotto a un rito formale che si consuma il giorno della laurea o dell’abilitazione. Ma nelle intenzioni originarie, quel giuramento rappresenta un impegno esistenziale, un vincolo morale che dovrebbe orientare ogni scelta successiva, soprattutto quelle più difficili.
Nel ragionamento del medico emerge un appello implicito, rivolto tanto ai professionisti quanto alle istituzioni: recuperare il significato autentico di quel giuramento. Non si tratta di un dettaglio retorico, ma di un fondamento culturale che, se preso sul serio, potrebbe ridefinire il funzionamento stesso della sanità. In un’epoca in cui il rapporto medico-paziente rischia sempre più di essere mediato da schermi, algoritmi e protocolli standardizzati, ritornare all’etica personale diventa un atto rivoluzionario.
L’idea che “la sanità è un mezzo” implica che il valore della cura dipenda da chi la esercita: persone, non procedure; professionisti, non strutture; coscienze, non automatismi. Nelle parole di Sansevero c’è quindi un invito a guardare oltre la superficie dei sistemi sanitari e a riconoscere che la vera etica – o la sua mancanza – nasce all’interno di ciascun operatore. Solo ponendo al centro questo principio, sostiene il dottore, la sanità può recuperare la sua vocazione originaria: essere un servizio umano per esseri umani.
Qui trovate la registrazione del convegno.
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