È calato il sipario sul caso giudiziario che avrebbe dovuto fare luce sulla morte di Stefania Cecca, la maestra elementare di 55 anni spirata per un’emorragia cerebrale il 9 aprile 2021, un mese dopo aver ricevuto una dose del vaccino AstraZeneca. Il giudice per l’udienza preliminare ha prosciolto i dieci medici del Sant’Eugenio di Roma con la formula «il fatto non costituisce reato», disattendendo la richiesta di rinvio a giudizio presentata dalla Procura.
E così, mentre la famiglia resta con un vuoto impossibile da colmare, la giustizia archivia tutto con un colpo di spugna. Stefania Cecca si era vaccinata il 26 febbraio 2021. Dopo dieci giorni, i primi sintomi: stanchezza, mal di testa, difficoltà visive e respiratorie. Il 16 marzo si reca al pronto soccorso, inizia un pellegrinaggio di cinque giorni tra dieci medici diversi, e nessuno individua la reale portata del problema. Nessuno parla di trombosi. Nessuno, pare, collega i sintomi a quel vaccino che già in quei giorni era al centro di una bufera.
In effetti, il 15 marzo 2021, l’Aifa aveva sospeso cautelativamente l’uso del siero AstraZeneca, per poi riattivarlo appena tre giorni dopo. Ma mentre le autorità brancolavano nel buio, Cecca peggiorava: prima un’embolia, poi la trombosi polmonare, quindi il trasferimento d’urgenza al Policlinico Tor Vergata. E infine, la morte.
Per la Procura, almeno sei giorni prima del decesso si poteva intervenire. Sarebbe bastato eseguire una TAC, un esame angiografico, valutare i dati ematici, riconoscere la piastrinopenia e il rischio trombotico. Una catena di diagnosi mancate che, secondo l’accusa, ha compromesso in modo fatale le possibilità di salvezza della paziente. Ma il giudice ha deciso che non c’è reato.
Soddisfatti i legali della difesa, che parlano di una “gestione clinica corretta” e di un processo “surreale”. Per loro, nessuno avrebbe potuto prevedere il decorso. Nessuno avrebbe potuto immaginare. Peccato però che in tutta Europa, proprio in quei giorni, gli eventi trombotici post-vaccino AstraZeneca stessero diventando una drammatica realtà, tanto da spingere paesi come Germania, Danimarca e Norvegia a bloccare completamente la somministrazione del preparato anglo-svedese.
Ma qui in Italia, no. Qui si è continuato a negare, a minimizzare, a girarsi dall’altra parte. E ora, dopo tre anni, si chiude anche il capitolo giudiziario. Tutti assolti. Tutti fuori. Fine delle indagini. Ma davvero possiamo parlare di giustizia?
L’unico che prova a rilanciare il discorso su un piano più alto è l’avvocato Stefano Maccioni, che chiede di aprire un’inchiesta sulla casa farmaceutica AstraZeneca. È lì che bisognerebbe guardare: cosa sapeva l’azienda? Cosa è stato taciuto ai medici, agli ospedali, ai cittadini? Perché, se le trombosi erano un rischio noto, non si è intervenuti con protocolli specifici, con alert diagnostici mirati?
Nel frattempo, secondo stime non ufficiali, i decessi sospetti legati al vaccino in Italia aumentano. Ma tutto viene rubricato sotto la voce “evento raro”. Raro, certo. Finché non capita a tua moglie. A tua sorella. Alla maestra di tuo figlio.
E allora sì, resta una sola certezza: in questo Paese si può morire a 55 anni, dopo una vaccinazione fatta per senso civico. Si può essere ignorati da dieci medici. Si può finire in obitorio con un verdetto che parla chiaro. Ma nessuno paga. Nessuno risponde. Nessuno, alla fine, è colpevole.
Le motivazioni del proscioglimento arriveranno tra qualche settimana. Nel frattempo, resta il vuoto. E l’amara sensazione che, ancora una volta, il sistema si sia protetto da sé. E che la verità – quella vera – sia stata lasciata morire insieme a Stefania.
Le opinioni espresse in questo articolo sono dell’autore.
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