“Per l’industria digitale da mille miliardi di dollari, sarebbe facile tracciare l’origine esatta dei minerali grezzi utilizzati nei dispositivi tecnologici, assegnarli a specifiche aree estrattive o miniere, fornire a queste ultime robot per gli scavi, migliorando al contempo la vita delle persone che vivono in queste aree in cambio dell’utilizzo delle risorse del loro territorio. Sarebbe possibile produrre prodotti in modo equo. Dobbiamo esigere pratiche commerciali eque che non siano un’eccezione ma la norma, chiedere conto alle aziende, porre domande e investire i nostri soldi in prodotti equi, boicottando quelli basati su pratiche di sfruttamento”, denuncia il World Council for Health.
L’industria digitale mondiale vale oggi oltre mille miliardi di dollari, ma dietro lo schermo di smartphone, computer e altri dispositivi tecnologici si cela una filiera opaca, fondata troppo spesso su pratiche di sfruttamento e disuguaglianza. Secondo il World Council for Health, l’intero settore possiede già oggi gli strumenti tecnologici e finanziari per rendere tracciabile l’origine dei minerali grezzi utilizzati nella produzione, collegandoli in modo preciso alle miniere e ai territori da cui provengono. Sarebbe tecnicamente possibile, ad esempio, dotare i siti estrattivi di robot per gli scavi, ridurre i rischi per i lavoratori umani e al contempo migliorare la qualità della vita delle comunità locali, garantendo loro una giusta compensazione per l’utilizzo delle risorse del loro territorio.
Invece, in molti Paesi, soprattutto africani e sudamericani, l’estrazione di minerali strategici come cobalto, litio, tantalio e stagno continua ad avvenire in condizioni disumane, con il coinvolgimento di minori, l’assenza di tutele ambientali e sociali, e l’arricchimento di élite locali o multinazionali che non restituiscono nulla alle popolazioni residenti. Le catene di approvvigionamento sono volutamente complesse e opache, rendendo difficile per i consumatori finali sapere davvero da dove provengano le componenti dei loro dispositivi. Ma questa opacità non è inevitabile: è una scelta.
Il World Council for Health sottolinea come, di fronte a queste ingiustizie, la responsabilità ricada anche sui consumatori e sugli investitori. “Dobbiamo esigere pratiche commerciali eque che non siano un’eccezione ma la norma”, si legge nel loro appello. Serve maggiore trasparenza, ma anche un cambiamento di mentalità che porti a porre domande alle aziende, a chiedere rendicontazioni dettagliate sull’origine delle materie prime, e a orientare i propri acquisti e investimenti verso realtà che dimostrino di operare in modo etico. I prodotti tecnologici equi non devono più essere una nicchia o una curiosità da mercato alternativo, ma devono diventare lo standard globale.
In un’epoca in cui l’innovazione e la sostenibilità sono sulla bocca di tutti, è paradossale che la base materiale su cui si fonda la nostra tecnologia – i minerali – sia ancora spesso frutto di una logica predatoria e coloniale. Il cambiamento è possibile, ma richiede una pressione sistemica dal basso e dall’alto: cittadini più consapevoli, regolatori più severi, e aziende più responsabili. Solo così l’industria tecnologica potrà diventare davvero un motore di progresso e giustizia per tutti.
Qui trovate il documento Effetti della digitalizzazione non regolamentata su salute e democrazia, un appello per un uso della tecnologia con discernimento
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