La direttiva europea 2024/1275 sulla prestazione energetica nell’edilizia – nota come la direttiva sulle case green – sembra partorita più da un’ideologia astratta che da un’analisi concreta dei numeri e delle condizioni reali dell’Unione. Secondo i dati citati da Pietro Vicchio, il 75% del patrimonio immobiliare europeo è oggi inefficiente dal punto di vista energetico, e tra l’85% e il 95% degli edifici attualmente esistenti sarà ancora in piedi nel 2050. Di fronte a questa fotografia, l’Europa pretende una “decarbonizzazione” del comparto edilizio, ma si scontra con un tasso annuo di ristrutturazione energetica che da anni resta inchiodato all’1%.
Al ritmo attuale, la transizione verde dell’edilizia non richiederà decenni, ma secoli. Eppure a Bruxelles si continua a recitare il mantra della “neutralità climatica” come fosse un atto di fede, senza domandarsi – come chiede provocatoriamente Vicchio – “se in Parlamento e al Consiglio d’Europa si siano mai chiesti il perché di queste verità”.
No, non se lo chiedono. Perché la risposta è scomoda: il sistema è pensato non per funzionare, ma per ubbidire. Non è il benessere dei cittadini, né tantomeno la salvaguardia reale dell’ambiente, a muovere le leve della Commissione. È la finanza internazionale, quella che “scrive l’agenda alla Commissione Europea”, a indicare la direzione. Quella stessa finanza che – come già accaduto nel settore delle rinnovabili – presto “chiederà” agli Stati di garantire i propri investimenti green attraverso sussidi. Sussidi che, in un caso, dissangueranno le economie nazionali; nell’altro, finiranno per abbattersi direttamente sui cittadini, trasformando la proprietà della casa in un incubo burocratico e finanziario.
La narrativa ufficiale promette bollette più leggere, case più salubri, un’aria più pulita. Ma Vicchio solleva un punto che nessuno nei salotti televisivi osa affrontare: che beneficio reale ne trae la Natura? In un mondo dove altri continenti, a cielo aperto, continuano a bruciare rifiuti e a investire su centrali a carbone, l’Europa si impone un taglio del 55% delle emissioni entro il 2030 (rispetto ai livelli del 1990), investendo miliardi per una riduzione della CO₂ in atmosfera che sarà, nel migliore dei casi, dell’ordine di qualche parte per miliardo. Una variazione che, in termini climatici globali, è del tutto ininfluente.
Siamo davanti a un caso lampante di accanimento ideologico: si vuole piegare la realtà ai modelli, invece di adattare i modelli alla realtà. E così si affama la piccola proprietà privata, si caricano le famiglie di oneri spropositati, e si dipingono scenari verdi mentre si avanza in una crisi energetica ed economica che, quella sì, è molto reale.
Il problema non è l’obiettivo – ridurre l’inquinamento e rendere le abitazioni più efficienti è senz’altro auspicabile – ma il metodo. Imporre tempistiche irrealistiche, ignorare i costi, e soprattutto pretendere che la responsabilità ricada quasi esclusivamente sul cittadino europeo mentre altrove si emette a pieno ritmo, significa solo una cosa: il Green Deal europeo rischia di essere il più grande trasferimento di ricchezza dalle famiglie alla finanza che l’Unione abbia mai orchestrato.
Nel frattempo, al ritmo dell’1% annuo, l’Europa si illude di cambiare il clima globale un mattone alla volta. Ma quello che sta davvero costruendo, con zelo tecnocratico, è una gabbia normativa che soffoca la realtà sotto il peso della propria ideologia.
Qui trovate il libro “Case green direttiva UE 2024/1275 sulla prestazione energetica nell’edilizia: delirio europeo green applicato alle nostre case” di Pietro Vicchio.
Le opinioni espresse in questo articolo sono dell’autore.
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