“Siamo nella fase in cui il SARS-CoV-2 non è più pericoloso, è curabile, quindi la domanda è perché bisogna fare il vaccino?”, Massimo Citro della Riva

“Siamo nella fase in cui il SARS-CoV-2 non è più pericoloso, è curabile, quindi la domanda è: perché bisogna fare il vaccino?”. La provocazione è netta e arriva dal dottor Massimo Citro della Riva, medico e autore noto per le sue posizioni controcorrente durante la pandemia. Il suo ragionamento ruota attorno a un concetto semplice quanto scomodo: se il virus non è più una minaccia seria, allora continuare con le vaccinazioni di massa appare più ideologico che sanitario.

Secondo Citro, “i virus epidemici si endemizzano negli anni” e “noi siamo in questa fase in cui il SARS-CoV-2 non è più pericoloso. Qualche polmonite la può dare, ma non dà più le tromboembolie, difficilmente si muore”. Insomma, il quadro clinico attuale sarebbe profondamente diverso da quello presentato nei primi mesi del 2020. Il virus, oggi, non sarebbe più né un’emergenza né un pericolo reale per la stragrande maggioranza della popolazione.

La vera domanda, dunque, va posta non alla scienza – che Citro accusa di aver rinunciato al confronto – ma alla politica e ai media: “Se noi applicassimo il buon senso, che i media e i politici non applicano, noi cittadini diremmo: scusate…”. E qui il medico tocca un nervo scoperto: la gestione dell’emergenza e l’imposizione vaccinale, che per mesi ha diviso il Paese tra obbedienti e riluttanti, tra “cittadini modello” e “untori”.

“Già aveva poco senso durante l’epidemia – afferma – perché si parlava di un virus con un tasso di letalità intorno all’1%, perfettamente curabile, quindi non c’era bisogno di nessun vaccino”. È un’accusa pesante: secondo Citro, si sarebbe promosso un vaccino per un virus che non lo richiedeva, almeno non con l’urgenza e la pressione mediatica e sociale con cui è stato imposto.

Certo, ammette, “nel 2020 sarebbe stato utile un vaccino”, soprattutto all’inizio della diffusione globale, ma “dopo?”. Dopo, il medico insinua il sospetto che più della scienza, abbiano prevalso logiche commerciali, politiche e ideologiche. Il vaccino, da strumento medico, sarebbe diventato un simbolo di appartenenza, un lasciapassare sociale, un dogma.

La provocazione di Citro non è nuova, ma arriva in un momento in cui si torna a parlare di varianti, nuove campagne vaccinali e possibili ritorni all’obbligo per alcune categorie. Eppure, i numeri parlano chiaro: la mortalità è crollata, le terapie intensive non sono più sotto pressione, e il virus – mutato – sembra aver perso gran parte della sua aggressività iniziale.

“La medicina – conclude Citro – dovrebbe tornare al buon senso. E il buon senso ci dice che non si vaccina per forza, non si vaccina contro un virus che non fa più paura, non si vaccina per obbedienza”.

Parole che suonano come un campanello d’allarme per chi vorrebbe far finta che nulla sia cambiato. E che forse, troppo comodamente, continua a cavalcare la retorica dell’emergenza, anche quando l’emergenza è finita.

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