«C’è questo giornalista americano che dice: “Se i dati sono il nuovo petrolio, come è vero, la scuola è il nuovo Texas.” Ecco perché rappresenta una prateria sterminata, un materiale umano enorme su cui poter mettere le mani, da poter spiare continuativamente, su cui poter esercitare il controllo per raccogliere dati che poi entrano nella memoria indelebile delle banche dati» — afferma Elisabetta Frezza, avvocato con un dottorato di ricerca in diritto processuale civile.
«E questo, sì… non ricordo la domanda.»
«Sì, la domanda è proprio su questi dati.»
«Non c’è consapevolezza. Non c’è consapevolezza. Quando ti viene chiesto, per poter accedere a un documento online, se consenti l’accesso ai dati, diventa automatico dire di sì, per poter leggere, per poter andare avanti. Ormai lo è anche per noi, ma a maggior ragione per i più giovani: ormai è diventato un riflesso del tutto involontario, questo cedere i propri dati personali in cambio di qualsiasi servizio.
E tant’è che non hanno la più pallida consapevolezza dei diritti che pure dovrebbero appartenere loro. Parliamo di diritti fondamentali in uno Stato di diritto — anche se ormai pure questo concetto è evaporato — come per esempio il diritto alla segretezza della corrispondenza, il diritto a non essere spiati dentro i propri spazi più intimi e personali, entro casa propria.
Quando la DAD è entrata nelle case di tutti, ha compiuto un enorme saccheggio di dati, di immagini, di parole. Lì c’è stato un furto a man bassa esercitato su una popolazione estesissima. E però, adesso, tutto questo è entrato totalmente dentro a questi ragazzi, al punto che acquisiscono addirittura degli automatismi comportamentali, perché hanno quest’occhio sempre puntato addosso.
Per esempio, il registro elettronico, che viene così tanto sottovalutato, in realtà è un esempio mirabile di questa società del controllo.»
Le opinioni espresse in questo articolo sono dell’autore.
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