In guerra si sacrificano verità e democrazia, Alessandro Barbero

Che in ogni guerra il primo morto sia la verità, su questo non ci sono dubbi. In guerra, sempre e comunque, si fa propaganda. Si è sempre fatto, e non importa quasi niente il fatto che un Paese impegnato in guerra sia un Paese totalitario, già abituato a somministrare ai suoi cittadini delle verità preconfezionate, o che invece sia una democrazia.

O meglio, sì, per carità, certo che qualcosina può cambiare. Durante la Seconda guerra mondiale, certamente, ai lettori de La Stampa o del Corriere della Sera venivano fornite delle veline preconfezionate dal governo, che con la realtà avevano praticamente niente a che fare. Mentre nei Paesi democratici, in Gran Bretagna, negli Stati Uniti, un qualche vago rapporto in più — non fosse altro per la pluralità delle testate giornalistiche — c’era.

Però anche tutti i Paesi democratici in guerra hanno sempre dato per scontato che: “Noi adesso metteremo sotto controllo l’informazione in modi che, in tempo di pace, non ci saremmo mai sognati.” In tempo di guerra, sì.

Peraltro — divagando un attimo — in tempo di guerra, i Paesi democratici fanno anche altre cose che, in tempo di pace, non si sarebbero mai sognati, eh… Internare in massa persone innocenti, semplicemente perché sono figli di immigrati giapponesi, supponiamo, no? Ecco, queste cose si sono sempre fatte.

Quindi è chiaro che la guerra è nemica non solo della verità, ma anche della democrazia, in un certo senso. Cioè, storicamente, le guerre recenti sono state combattute limitando la democrazia. Questo non c’è dubbio.

Citavi prima Marc Bloch.

Marc Bloch, prima di essere uno dei capi della Resistenza francese e di essere poi tradito, arrestato, torturato e fucilato dalla Gestapo nel 1944, era stato ufficiale dell’esercito francese. Ufficiale di complemento nella Prima guerra mondiale, e di nuovo nella Seconda, quando lo richiamano.

C’è una sua lettera a Lucien Febvre — sono due grandissimi storici, Marc Bloch e Lucien Febvre — i due uomini che hanno rivoluzionato il modo di studiare la storia nel Novecento. Molto amici, anche se molto diversi come persone, e facevano anche molte scintille. Per fortuna si scrivevano moltissimo: noi abbiamo tre volumi della corrispondenza di questi due uomini geniali, tutti e due nella Francia degli anni Venti e Trenta, attraverso cui possiamo studiare non soltanto la rivoluzione storiografica che hanno inventato, ma anche cosa voleva dire vivere in un continente e vedere la guerra che arrivava.

Perché negli anni Venti no, ma negli anni Trenta, continuamente affiorano in queste lettere i segnali: “Cosa sta succedendo? Chi è questo Hitler? Dove saremo fra qualche anno?” Ecco.

Quando finalmente, nel 1939, viene richiamato dall’esercito francese, il capitano della riserva Marc Bloch, professore alla Sorbona, scrive al suo collega Lucien Febvre dicendogli: “Non so dove mi manderanno… Spero che non mi mandino all’ufficio propaganda. Gli storici dovrebbero tenersi lontani da queste cose.”

Ora, lui è un super patriota, eh. È un patriota francese quasi ossessivo, come si poteva essere a quell’epoca. Orgogliosissimo dei suoi meriti di ufficiale francese. Però sa che la sua patria adorata, in questa guerra che deve vincere a tutti i costi… ecco, la propaganda — anche quella della sua patria adorata — sarà una cosa sporca comunque, e lui non vorrebbe doverci mettere le mani.

Detto fra parentesi, poi per un attimo, dato che è un intellettuale e sa le lingue, lo mandano a fare l’ufficiale di collegamento con gli alleati inglesi. Però subito dopo lo spostano, e lo mettono a gestire i rifornimenti di benzina di un’armata — cosa che, peraltro, lui scoprirà di saper fare benissimo. Eh, si divertirà un mondo, sia pure nella disfatta.

Alla fine, quando sono inseguiti dai tedeschi, sta crollando il fronte. Lui deve dar fuoco a tutti questi immensi depositi di carburante. E scrive: “Ho bruciato centinaia di migliaia di ettolitri di benzina. A tutti i crocicchi delle Fiandre, ho appiccato più incendi io che Attila, re degli Unni.”

Ecco, comunque: la verità, in guerra, effettivamente è minacciata”.

Fonte

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