“Non rinunciate alla politica della speranza, per paura, incompetenza, quieto vivere”, l’arcivescovo di Milano

“Non rinunciate alla politica della speranza, per paura, incompetenza, quieto vivere. I messaggeri inviati dal Signore non impongono la loro religione, ma non rinunciano alla loro testimonianza e non possono tacere del rilievo pubblico della preghiera e della pratica religiosa come un bene comune. La degenerazione che anche la religione può conoscere per alimentare il fanatismo non è una buona ragione per censurare la religione, così come la degenerazione che la scienza può conoscere per creare strumenti di morte non è una buona ragione per censurare la scienza“. Lo ha detto l’Arcivescovo di Milano, mons. Mario Delpini, nell’omelia che ha pronunciato in Duomo, nella seconda domenica di Avvento.

Proseguendo le riflessioni sulla politica avviate la scorsa domenica, nel suo commento alle letture del giorno mons. Delpini ha sottolineato che è tempo di «inaugurare la politica della speranza». Essa, ha precisato, non ha, «in primo luogo, un programma di leggi e di organizzazioni, ma il riferimento al Signore». In virtù di tale riferimento, questo tipo di politica «costruisce la Città del Sole non in una qualche isola separata dal mondo, ma in mezzo all’Egitto, il paese straniero, la terra dove lo straniero è schiavo», dove «uomini e donne si contano come numeri e si usano come forza lavoro».

L’Arcivescovo si è espresso anche sul ruolo che può esercitare la Chiesa in questo ambito: «L’accusa alla Chiesa di “fare politica” è una critica fondata se si intende per politica il prendere parte per un partito o per uno schieramento», ha precisato. «Forse  – ha aggiunto –  è più grave l’accusa di “non fare politica” se i cristiani per paura, per incompetenza, per il quieto vivere non praticano la politica della speranza, quel tenace costruire strade per l’incontro».