Amnesty International denuncia le violazioni dei diritti umani durante la pandemia nelle residenza per anziani

Un’intera generazione è scomparsa, quella che ha fatto la storia del nostro Paese. Ciò non dovrà accadere mai più.

A fronte dell’impatto devastante vissuto dalle case di riposo durante la pandemia da Covid-19 in tutta Europa, Amnesty International ha effettuato quattro ricerche approfondite mirate ad analizzare le violazioni dei diritti umani nelle strutture per anziani in Italia, Inghilterra, Belgio e Spagna.

Il rapporto “Abbandonati” sulle violazioni dei diritti nelle strutture di residenza sociosanitarie e sociosanitarie durante la pandemia da Covid-19 in Lombardia, Emilia-Romagna e Veneto ha messo in luce le lacune delle istituzioni italiane a livello nazionale, regionale e locale nell’adottare misure tempestive per proteggere la vita e la dignità delle persone anziane nelle case di riposo nel corso dell’emergenza sanitaria da Covid-19 e del personale sanitario.

Durante la prima ondata, l’Emilia-Romagna è stata la seconda regione d’Italia con il più grande incremento in numero di decessi rispetto alla media 2015-2019. Nel mese di marzo 2020, la Lombardia ha registrato un +190% (eccesso che resta elevato ad aprile, con il +112%), seguita dall’Emilia Romagna con +71%.

Le criticità evidenziate da Amnesty International in Emilia-Romagna hanno contribuito al tragico esito nei presidi residenziali, in particolare l’intempestiva chiusura alle visite esterne delle strutture, il mancato o tardivo sostegno delle istituzioni nella fornitura di DPI e il ritardo nell’esecuzione di tamponi sui pazienti e sul personale sanitario, i trasferimenti di pazienti dagli ospedali senza le adeguate misure per contenere il rischio di contagio. L’emergenza sanitaria ha anche acuito problemi sistemici tra cui la carenza di personale – aggravata dall’alto numero di operatori sanitari in malattia e dai reclutamenti straordinari dei presidi ospedalieri – e ha comportato un grave abbassamento del livello di qualità dell’assistenza e della cura degli ospiti, permettendo condizioni di lavoro estenuanti per gli operatori stessi, sottoposti a un grave stress fisico e psicologico e che fossero sovraesposti al rischio di contagio.

In un clima già difficile, sono aumentate le controversie tra lavoratori e strutture, con molti casi di provvedimenti disciplinari o addirittura licenziamenti per coloro che hanno denunciato. Uno degli aspetti cruciali esplosi con la pandemia è stata poi l’inadeguatezza del sistema di controllo e verifica. Nel periodo in cui le ispezioni avrebbero dovuto essere più frequenti e più approfondite – in assenza di visite esterne – spesso invece le verifiche condotte dalle aziende sanitarie locali sono state solo formali e amministrative.

La chiusura delle visite ha generato enormi difficoltà tra i familiari nel reperire informazioni circa lo stato di salute dei pazienti e in particolare l’isolamento prolungato delle persone anziane ha provocato un grave deterioramento fisico e cognitivo e in molti casi ha irreparabilmente compromesso le condizioni di molti ospiti per la mancanza di stimoli e contatti sociali. L’isolamento prolungato rimane ancora oggi una delle problematiche principali che rischia di divenire sistemica. Molte famiglie, comitati di familiari e organizzazioni che si occupano di diritti umani segnalano da mesi alle autorità la necessità di soluzioni urgenti per garantire politiche di visita in sicurezza omogenee su tutto il territorio nazionale.

Più di un anno e mezzo dopo la dichiarazione dello stato di emergenza alcuni passi avanti sono stati fatti, ma sono ancora molti gli aspetti critici e i punti di allarme. Molti lavoratori e familiari continuano a testimoniare che durante le ondate successive, questa volta meno circoscritte territorialmente e estese a tutto il territorio nazionale, si è giunti nuovamente impreparati: anche questa volta le istituzioni non hanno agito per tempo per evitare quanto già accaduto tra marzo e aprile 2020 e prevenire che si verificassero nuove criticità.

Per affrontare gli errori e le carenze strutturali è essenziale che venga condotta un’inchiesta pubblica indipendente per esaminare in profondità la preparazione generale e la risposta alla pandemia per nelle strutture che si assicuri la massima trasparenza sui dati.

DECESSI PER COVID-19 NELLE STRUTTURE RESIDENZIALI E SOCIOSANITARIE:

A partire dall’inizio dell’emergenza sanitaria, governo e autorità regionali e locali non hanno mai reso pubblici dati e informazioni omogenei e completi relativi alla diffusione del contagio nelle strutture residenziali sociosanitarie e socioassistenziali, essenziali per una lettura puntuale del fenomeno e tale da consentire, tra le altre cose, di rispondere alle esigenze del settore evitando il ripetersi delle violazioni e della mancata tutela dei diritti alla vita, alla salute e alla non discriminazione dei pazienti anziani.

Il tasso di mortalità della prima ondata è stato generalmente sottostimato. Più nello specifico però, i dati ufficiali della Protezione Civile e del Ministero della Salute continuano a non offrire il dettaglio su quanto accade all’interno delle strutture, lasciando un enorme buco nel sistema conoscitivo circa la diffusione del virus nelle strutture socio-sanitarie nella seconda ondata.

A seguito della crescente pressione mediatica nei primi mesi della pandemia, l’Istituto Superiore di Sanità ha lanciato una “Survey nazionale sul contagio Covid-19 nelle strutture residenziali e sociosanitarie”, pubblicata a giugno 2021 e aggiornata tra il 1° febbraio e il 5 maggio. Partendo dai dati di oltre 1300 RSA “si è registrato mediamente un tasso di mortalità del 9,1%”. La percentuale maggiore di decessi è stata riportata in Lombardia (41,4%) e in Veneto (18,1%). Tra i 9.154 soggetti deceduti, solo 680 (il 7,4%) erano risultati positivi al tampone per Covid-19, mentre 3.092 (il 33,8%) avevano presentato sintomi simil-influenzali. ISS stesso suggerisce di considerare congiuntamente i decessi di soggetti accertati positivi e con sintomi simil-influenzali per stimare il tasso di mortalità complessivo legato al virus nelle strutture, che risulta quindi pari a 3,1% (sale fino al 6,5% in Lombardia). La stessa indagine conferma che nello stesso periodo, 5.292 persone residenti nelle strutture rispondenti sono state ospedalizzate (il 5,4% degli ospiti)” in Best Practice e prevenzione in evidenza, Rsa e Covid in Italia, “Sanità 360”), 8 marzo 2021.

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