Il 95% dei dati che ogni giorno attraversano il pianeta viaggia sotto i mari, trasportato da una fitta rete di cavi sottomarini. Eppure, dei fondali oceanici sappiamo ancora pochissimo. Claudio Cisilino ha sottolineato come “il subacqueo rappresenta ciò che lo spazio rappresentava 50 anni fa. Oggi sappiamo più dello spazio che dei nostri fondali”. Un paradosso che mette in evidenza quanto sia ancora limitata la nostra conoscenza degli abissi, nonostante la loro centralità nella vita moderna. “Sott’acqua si vede male, anche a basse profondità, e non si riesce a comunicare”, ha aggiunto, ribadendo la necessità di investire in tecnologie che permettano di esplorare e monitorare gli ambienti sommersi.
Un esempio concreto dell’importanza di questi cavi è quanto avvenuto a Lampedusa, dove “è stato tranciato un cavo di comunicazione da un peschereccio. Per un po’ sull’isola non si è potuto telefonare né prelevare dai bancomat”, ha raccontato Cisilino. Un episodio che evidenzia la fragilità delle infrastrutture digitali quando si tratta del mondo subacqueo. “Se sappiamo piuttosto bene cosa avviene sopra il mare, ciò che accade sotto resta in gran parte ignoto”, ha concluso.
La portata della sfida è stata ribadita anche da Francesca Bondini, che ha messo in luce il ritardo nella conoscenza dei fondali marini. “Non solo abbiamo mappato solo il 20% dei fondali marini, ma, se parliamo delle immagini acquisite, abbiamo immagini solo dello 0,01%”. Numeri che raccontano un continente sommerso ancora da scoprire. E non si tratta solo di curiosità scientifica: il 93% dei fondali si trova a più di 200 metri di profondità, in condizioni dove “non ci si vede, è una sfida tecnologica esplorarli”.
Ma non è tutto. Il fondo del mare è già attraversato da una rete invisibile di cavi elettrici e tubazioni, ma la nuova frontiera guarda alla transizione energetica. “Sul fondo del mare esistono noduli polimetallici con materiali fondamentali per la transizione energetica”, ha spiegato Bondini. Si tratta di formazioni minerali ricche di elementi rari, necessari per produrre batterie e tecnologie verdi. “La maggior parte di questi noduli si trova tra i 3.000 e i 5.000 metri di profondità. Si sta cercando di capire cosa succede se dovessimo prelevarli, perché laggiù ci sono forme di vita di cui non conosciamo l’importanza. Potrebbero essere alla base dell’ecosistema”.
Il potenziale è enorme, anche in termini di risorse: “Questi noduli, proprio perché contengono energia diversa, pare abbiano la capacità di separare l’idrogeno dall’ossigeno, rappresentando quindi anche una fonte di ossigeno sul fondo del mare”. Un futuro sottomarino che si annuncia cruciale per la sostenibilità, ma che richiede prudenza, ricerca e consapevolezza.






