Giornalismo pandemico: “spesso è un mero copia incolla di comunicati stampa di governi e industria farmaceutica, numeri senza contesto a reti unificate e una cronica mancanza di messa in prospettiva accompagnata a grafiche quotidiane di colore rosso”, l’accusa di Serena Tinari.

“Credo che sia molto importante che i conflitti di interesse siano esplicitati”, così inizia la lunga requisitoria contro il giornalismo pandemico di Serena Tinari, giornalista di inchiesta specializzata in medicina e salute pubblica, alla quale è stato assegnato il Premio 2021 in difesa della ragione.

“Io credo che l’informazione sia potere e che tutti abbiano il diritto di sapere la verità anche quando è scomoda, ma ecco, non ci si improvvisa specialisti in questo settore.

Quello che noi facciamo è il crocevia di giornalismo investigativo ed evidence-based medicine, anche chiamata EBM, ovvero la medicina fondata sulle prove. Condividono un approccio ipotetico-deduttivo. Ora, cosa significa per una giornalista d’inchiesta lavorare con la metodologia EBM? Ogni analisi deve essere fondata sulle migliori prove scientifiche al momento disponibili. L’incertezza, la mancanza di certezza devono essere comunicate al paziente nella medicina fondata sulle prove e, nel nostro caso, al pubblico. Significa anche mettere al centro cosa sappiamo ma anche cosa non sappiamo e vuol dire essere sistematici.

Nella copertura mediatica dei temi legati alla salute e alla medicina, quasi sempre e di certo troppo spesso, vediamo opinioni di esperti, vediamo studi in vitro o sperimentazioni animali e vediamo molti studi osservazionali, sempre presentati senza la classica frase “uno studio ha dimostrato che”. Bene che va, si tratta quindi di lavori di un livello basso di prova perché sono soggetti a bias e a fattori confondenti.

Arrivando invece al punto, la crisi del nuovo coronavirus e il giornalismo pandemico, che spesso è un mero copia e incolla di comunicati stampa di governi e industria farmaceutica, numeri senza contesto a rete unificate e una cronica mancanza di messa in prospettiva accompagnata da grafiche quotidiane di colore rosso.

Chi è l’esperto? Ci sono diverse discipline della medicina e della ricerca: virologi, immunologi, sviluppatori di vaccini, infettivologi, ricercatori clinici, farmacoepidemiologi, epidemiologi clinici e poi, nel comparto della salute pubblica, abbiamo gli epidemiologi delle malattie infettive, quelli della sicurezza vaccinale, quelli comportamentali, altri epidemiologi, poi ci sono gli ufficiali di salute pubblica e gli esperti di politiche sanitarie.

Dago Spia l’ha buttata un po’ a scherzare e ha fatto una simulazione simile all’album Panini delle figurine dei virologi. Poi è successo, un esempio che mi ha lasciato abbastanza perplessa: una biologa in televisione in Italia ha simulato la tosse da Covid ed è stata ripresa da tutti i giornali.

All’origine dei bias cognitivi, che sono anche molto importanti nella grande famiglia dei conflitti di interesse, che sono un tema fondamentale in medicina, ci sono interessi economici, ma non solo, hanno a che fare anche con lo statuto, con i titoli, anche i premi, l’ego, la reputazione. Ci sono giornalisti e scienziati che hanno acquisito un profilo pubblico, una fama nazionale esclusivamente grazie alla crisi Covid. Oggi hanno un conflitto di interessi, non finanziario ma molto importante.

Mi dispiace per tutti questi colleghi e colleghe che si sono dovuti improvvisare esperti di scienza e medicina nel giro di poco tempo. Sono passati 18 mesi e francamente non vedo grandi miglioramenti. Continuo infatti a vedere che si occupano di questa crisi molti cronisti di politica, attualità e cronisti parlamentari. Vedo molto copia e incolla di comunicati stampa, comunicati stampa governativi e dell’industria farmaceutica e vedo tantissimi pareri di esperti. È una cronica mancanza di messa in prospettiva insieme a un’inquietante ignoranza dei meccanismi di base della biologia e della medicina che spesso si traduce infine nella mancanza di messa in contesto perché, per dire che un dato fenomeno è anormale, devi sapere anzitutto cos’è normale. Sappiamo, per esempio, che qualunque numero ha senso solo in un contesto, ovvero in relazione a un denominatore. Per parlare più semplicemente, dieci gatti sono niente se hai una tenuta di dieci ettari, sono tantissimi se abiti in un monolocale senza balcone magari di 30 metri quadri. Siamo d’accordo, senza messa in prospettiva.

Io credo che sia gravissimo, oserei dire un peccato capitale, perché confonde la popolazione. E poi tante speculazioni e i modelli matematici presentati come se fossero degli oracoli. In un articolo di “Modeling the Models” del 2020, scritto da Carl Heneghan e Tom Jefferson, spiegano: “Tutti i modelli, che siano prospettici o retrospettivi, se sono fondati su principi scientifici, contengono sostanziali incertezze e sono incompatibili con dichiarazioni sicure come se fossero degli oracoli. I metodi moderni informatici rendono possibile e semplice adattare modelli precedenti con frammenti di dati, ma ogni epidemia è per definizione non lineare e caotica. I modelli sono accurati se sono accurate le informazioni che inseriamo, le limitazioni devono essere esplicitate e discusse ed infine tutti i modelli dovrebbero essere comunicati insieme a queste messe in guardia”.

Questo sappiamo che non succede praticamente mai.

Un fenomeno ricorrente nel trattamento giornalistico di questa crisi è l’uso del colore rosso. Ampia letteratura è disponibile sull’effetto che fa il colore rosso sulla psiche umana: pensiamo ai semafori, è il colore dell’allerta, dell’emergenza, è un colore che ci agita. Il rosso è diventato, con eccezioni naturalmente, anche il colore preferito per la nostra curva quotidiana, persino sulla piattaforma della Johns Hopkins che mezzo pianeta usa per cercare dati. Noi a Recheck preferiamo usare Our World in Data.

C’è anche un ricorrente uso di linguaggio bellico e anche su questo abbiamo una vasta letteratura scientifica. L’uso di retorica di guerra in salute pubblica e in medicina è opinabile perché porta molti rischi. Anzitutto divide il mondo fra buoni e cattivi, vincitori e vinti, spaventa e la paura non è mai una buona consigliera, tanto meno nelle politiche sanitarie. D’altronde, fra speculazioni anziché fatti e infinite interpretazioni e opinioni, la copertura mediatica della crisi corrisponde quasi sempre a vere e proprie promesse di apocalisse.

È oggettivo che le buone notizie non fanno audience, non creano click, non trainano. Quindi il modello dei media del cosiddetto click baiting si applica purtroppo anche a questa crisi internazionale.

Devo confessarvi che mi fanno gelare il sangue i giornalisti pandemici perché, appunto, all’improvviso sono tutti specializzati in medicina. Ma com’è possibile? Non è possibile infatti, purtroppo si vede.

D’altronde, la comunicazione del rischio in salute pubblica è un’arte fondamentale e molto difficile.

Gerd Gigerenzer ha lavorato molto sul tema, in particolare sull’alfabetizzazione al rischio, anche detta risk literacy. Ha detto alcuni anni fa al portale Health News Review, che vi consiglio di consultare, ottima fonte: “Nel ventunesimo secolo e in una democrazia in salute e medicina non bisognerebbe sistematicamente ingannare il pubblico sui benefici e i danni”.

La scienza pandemica è oggi fuori controllo. In uno studio pre-print sono stati analizzati i dati fra gennaio 2020 e il primo agosto 2021 di tutti gli studi e le pubblicazioni scientifiche indicizzate in Scopus. Hanno trovato 210.863 pubblicazioni legate a 28.801 singoli nomi di autori e coautori, una cifra mostruosa. Da tutte le 174 maggiori discipline scientifiche, compresi entomologi, ornitologi, paleontologi, e ci sono anche 5.364 autori che appartengono alla fisica e all’astronomia. Hanno trovato anche un esperto di pannelli solari e un ingegnere automobilistico che hanno scritto di Covid. Ora, con tutto il rispetto enorme per ogni professionista, per ogni accademico, io non sono così sicura che il contributo di ornitologi, entomologi e astronomi fosse davvero indispensabile, magari sbaglio, e la qualità di questi studi, a saperlo, perché questo studio non si è occupato della qualità. Avremo modo nei prossimi anni di capirlo. Gli autori di questo studio sono andati a cercare le stesse metriche come paragone per altre malattie infettive e hanno trovato che meno di un decimo erano stati gli autori che invece avevano pubblicato su H1N1, Zika, Ebola e la tubercolosi.

Questi scienziati che si sono buttati nel Covid poi torneranno alle loro discipline perché sulla tubercolosi, per esempio, ci servono gli specialisti perché specialisti. Parliamo di stime che dicono che oltre un miliardo di vittime ci sono state per la tubercolosi e sappiamo che nei prossimi anni aumenteranno perché le restrizioni pandemiche, non è uno scoop, hanno portato importanti interruzioni a programmi fondamentali di screening e terapia della tubercolosi in molti paesi in via di sviluppo.

E poi cosa abbiamo visto? Vediamo la guerra delle fazioni contrapposte, la guerra a palle di fango, vediamo colleghi che si bloccano a vicenda sui social media e vediamo comuni cittadini che insultano accademici per divergenze d’opinione su complesse questioni che attengono all’epidemiologia delle malattie infettive.

Allora intendiamoci, io lavoro per la diffusione del pensiero scientifico a un largo pubblico e quindi certo che la zia Carlotta ha il diritto di studiare e farsi un’opinione, ci mancherebbe, ma io non credo che possa, nel giro di pochi mesi, grazie ai media mainstream e a internet, arrivare ad avere un PhD in epidemiologia delle malattie infettive. Penso che siamo d’accordo. E invece oggi, tutti epidemiologi. Si parla di epidemiologi da tastiera. Io dubito che l’immaginaria zia Carlotta possa dibattere alla pari con uno scienziato che si occupa di questi temi da 40 anni. Eppure è successo, sta succedendo. Grazie anche al giornalismo pandemico e al messaggio che arriva dai governanti, che spesso, va riconosciuto, dimostrano di non saperne molto di più della zia Carlotta.

Gli studi scientifici non sono tutti uguali e al CICAP lo sapete bene, anche quando un quotidiano, un ministro o una ditta lo sostengono. Non è considerata una prova: le opinioni degli esperti.

Che cosa succede nella scienza pandemica fuori controllo? Che per le misure inedite prese, non farmaceutiche cosiddette, per esempio il lockdown, il distanziamento, le mascherine, per citarne solo alcune, c’è un’incredibile scarsità di studi di alta qualità.

C’è stata d’altronde la guerra del fango sulla domanda ontologica se si possa studiare una misura non farmaceutica con un RCT, quindi un cosiddetto studio randomizzato controllato in doppio cieco. Costatazione: se ne sono fatti comunque pochi e niente per misure che sono applicate a miliardi di persone, non è incredibile?

Insieme alla mia socia di ricerca, Catrin Rivà, ho di recente pubblicato questo articolo sul British Medical Journal riguardo agli incentivi vaccinali sui vaccini Covid. Abbiamo trovato denaro, ciambelle, aringhe, ogni paese ha le sue, birre, spinelli, camion, pistole che sono offerti ai cittadini per convincerli a vaccinarsi. Ora, fra le persone che abbiamo sentito per preparare questo pezzo per il BMJ, Alison Pollock, che è la direttrice del Centro per l’eccellenza nella scienza regolatoria alla Newcastle University, ha detto: “L’informazione, la fiducia e il consenso, non la coercizione e la corruzione”.

Rimanendo in questo settore molto delicato, stiamo assistendo anche alla implementazione di cosiddetti incentivi negativi. Che cosa significa? Limiti di accesso a luoghi pubblici se non sei vaccinato. Riguarda molto i datori di lavoro, obbligo vaccinale per i dipendenti e anche l’obbligo di test senza vaccino ma a pagamento, tutti incentivi negativi per costringerti un po’ a vaccinarti e questo porta molti, molti rischi perché la salute pubblica si basa sulla fiducia. E poi c’è il framing ed è inquietante. I media, i social media, fanno spesso di tutta l’erba un fascio con l’utilizzo di terminologie veramente pesanti come lo storicamente connotato “negazionisti” ma anche l’etichetta di “anti-vax” che è usata mi sembra molto spesso a sproposito. Per darvi un esempio, ho visto di recente un onesto specialista di salute pubblica italiano, di cui non faccio il nome, essere accusato su Twitter di essere un antivax da un epidemiologo da tastiera. Perché? Perché aveva osato ricordare in un tweet che sulla terza dose, quindi il booster del vaccino pandemico, per ora c’è solo un comunicato stampa del produttore del vaccino. E questo è stato sufficiente per dire che è un anti-vax. Posso dirvi che non lo è.

Insomma c’è tanto rumore di fondo, c’è tanta paura, c’è molto caos anche nella comunità medico-scientifica, ci sono questi governi che evidentemente non sanno che pesci prendere ma ostentano sicurezza e ci sono queste task force da rompicapo.

Voi in Italia avete centinaia di esperti che ne fanno parte. Ora io non so voi, avete mai provato a mettere d’accordo dieci esperti attorno a un tavolo? È già molto complicato, ma centinaia?

I dissidenti sono stati messi al rogo. E già la parola “dissidente” mi fa parecchio paura perché la scienza si nutre di errori e di dibattito. E quindi torniamo al titolo del premio, “in difesa della ragione”: noi non bruciamo gli scienziati come si faceva con le streghe nel medioevo, giusto? Invece lo stiamo facendo.

Affibbiare l’etichetta di cospirazionista è un gioco pericoloso nella scienza medica. Pensiamo a un esempio: l’ipotesi che il SARS-CoV-2 fosse una fuga dal laboratorio di Wuhan è stata presentata per mesi come una teoria cospirazionista, finché oggi invece è diventata un’ipotesi ritenuta plausibile. Ottobre 2020, “la teoria della cospirazione è un falso?” Maggio 2021, “perché la teoria del leak del laboratorio di Wuhan viene presa sul serio?” Ed eccoci qua, luglio 2021, British Medical Journal, “i media sono stati vittima di una campagna di disinformazione?”

Ora è evidente che c’è ancora tanto che non sappiamo ed è evidente anche che c’è anche dentro la geopolitica, quindi ai posteri l’ardua sentenza.

Mi permetto di consigliarvi una risorsa, se non la conoscete: RIAT, Restoring Invisible and Abandoned Trials, ha una pagina dedicata dove sono raccolti tutti i documenti dagli studi sui vaccini Covid. Perché c’è un problema con i dati ed è inutile negarlo, sarebbe controproducente. C’è una grande mancanza di trasparenza che è cronica in questo settore, ma in questo momento è ancora più grave evidentemente, perché sono temi importanti di cui sarebbe fondamentale poter parlare con serenità.

Noi siamo dalla parte della sanità pubblica e parlarne significa anche aiutare le autorità di regolazione a farsi rispettare dall’industria farmaceutica.

È importante che la comunità scientifica partecipi a questa partita, ma lo può fare solo se ha accesso ai dati completi e in questo momento non ce l’ha.

Infine, io credo che sia importante che noi tutti facciamo attenzione a un fenomeno nuovo e inquietante che è emerso durante questa crisi internazionale. A Recheck lo chiamiamo il Ministero della Vera Scienza. Sono i social media che sono spinti dai governi e dai media, ma ci mettono anche del loro. Laddove la scienza si nutre di dubbi, domande, errori, prove, riprove, il Ministero della Vera Scienza invece conosce la verità e censura, o appone un bollino, dove secondo le aziende private di fact-checking che loro ingaggiano così deve essere. Penso a cosa succede da mesi all’epidemiologo di Stanford, Martin Kulldorf, colpevole di dire dall’inizio di questa storia che c’è una differenza importante in termini di rischio di morire con SARS-CoV-2 fra classi di età. Ergo, argomenta Kulldorf, che è un esperto, vanno protette le persone anziane e malate. Kulldorf sottolinea anche i danni collaterali delle misure draconiane, come il lockdown. E qui si tocca il ridicolo. LinkedIn ha censurato di recente il professor Kulldorf perché ha pubblicato il punto di vista del capo epidemiologo islandese sulla ormai scottante questione della cosiddetta immunità di gregge.

Ora, non è esattamente un punto di vista strano che venga da chissà quale oscura forza del male, un’autorità di salute pubblica, eppure è stato censurato. È successo anche a me, in misura senz’altro minore, ho scritto per il British Medical Journal sul materiale che è stato sottratto all’Agenzia Europea per i Farmaci (EMA), un pezzo di inchiesta sulla questione della stabilità dell’RNA nei vaccini, in particolare nel vaccino di Pfizer-BioNTech. Un medico spagnolo, Juan Gervas, l’ha postato su Facebook, come vedete qui in questa slide, Facebook ha impresso il marchio. “I vaccini contro il Covid-19 sono sottoposti a molte prove di efficacia e di sicurezza prima di essere approvati”. Ora, consideriamo che all’epoca non erano neanche approvati, bensì autorizzati in procedura di emergenza, ci sono molte differenze. Il mio caporedattore al BMJ ha commentato che a noi non era mai successo una cosa del genere.

Preciso qui anche che ho un conflitto di interesse con il dottor Gervas perché siede nel comitato consultivo internazionale di Recheck gratuitamente. Concludo con due ultimi contributi. Questa è la guida che abbiamo scritto insieme a Catrin Rivà, incarico della Rete Mondiale del giornalismo d’inchiesta. È una guida che forse in questo momento è importante perché negli ultimi anni si sono accentuati problemi cronici di questo settore e l’elefante nella stanza durante questa crisi è la mancanza di conoscenze di base, non solo nel giornalismo in generale ma, purtroppo devo dirlo, spesso anche in quello scientifico. La versione italiana è stata curata da Il Pensiero Scientifico Editore, che ringrazio, l’associazione Alessandro Liberati, che è il gruppo Cochrane Italia e Illuminiamo la Salute. È una guida in accesso open, quindi è gratuita e alcune copie cartacee sono lì al congresso a Padova e comunque è su internet in tante lingue, tutte gratuite. È una guida che abbiamo scritto per cercare di dare una mano, può aiutare forse perché illustra le basi della metodologia degli studi clinici, il processo di approvazione di farmaci e vaccini e molte altre questioni, fra cui i conflitti di interesse che sono importanti. E poi, questa è davvero la fine della mia presentazione: noi a Recheck spesso veniamo contattate da persone di ogni genere e è un nostro dovere proteggere le fonti e di questi tempi è complicato. Abbiamo quindi messo nel nostro sito questo sistema che consente di parlare con noi senza che ci siano orecchie indiscrete in ascolto. Può essere usato anonimamente oppure lasciando ogni dettaglio per essere ricontattati. Naturalmente ogni segnalazione verrà verificata a fondo. È uno strumento che abbiamo messo in piedi in collaborazione con Global Leaks, che fornisce questo tipo di strumenti a molte altre organizzazioni che, come noi, lavorano nel pubblico interesse e senza scopo di lucro.

Ho fondato con Catherine Rivat Recheck Investigating and Mapping Health Affairs, di cui sono co-presidente. Non ricevo finanziamenti diretti o indiretti dall’industria farmaceutica. Collaboro tra gli altri con il British Medical Journal e con la rete internazionale del giornalismo d’inchiesta. Utilizzo Twitter con l’account Serena Tinari, il mio curriculum completo è disponibile su LinkedIn e le mie principali pubblicazioni, interviste e attività le trovate su recheck.ch e sul mio sito personale serenatinari.com.

Oggi vi parlerò di giornalismo e scienza in modalità pandemica. Vorrei cominciare col dirvi che da marzo 2020 la vita è diventata difficile, in qualche caso molto difficile per tutti e per tutte. Dal mio punto di vista personale, di giornalista specializzata in questo settore, confesso che è un periodo per me di grande disagio.

Nel 2010-2011 mi sono occupata a lungo di influenza suina e in particolare ho lavorato per la televisione pubblica svizzera sul caso Tamiflu. Qualcuno forse se lo ricorderà, un farmaco antivirale che doveva salvarci dalla pandemia, quella di H1N1 e magari anche le successive. Il Tamiflu, un prodotto Gilead commercializzato da Roche, è stato messo sul mercato con una base di prove scientifiche povera. Quindi ecco, provate a mettervi nei miei panni: medicina fondata sulle prove, anni di studio matto e disperato della metodologia, delle regole del gioco e delle pandemie e poi ti svegli una mattina e sei in lockdown e all’improvviso tutti i giornalisti si trasformano in esperti di sanità e medicina e la maggior parte degli utenti dei social media si convincono di essere epidemiologi delle malattie infettive”.

Fonte

Le opinioni espresse in questo articolo sono dell’autore.

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