La narrazione della paura induce all’immobilità e ci allontana dai cambiamenti positivi

Le narrazioni sono estremamente importanti quando si tratta di paura. Una narrativa che induce alla paura ci incoraggia a mantenere lo status quo piuttosto che perseguire un cambiamento vantaggioso perché il cambiamento è tipicamente indotto dalla paura.

Facciamo un esempio illuminate. La paura del cambiamento spesso vince sulla paura di una piattaforma in fiamme o addirittura fumante. Anche se ci sono molti segni che la piattaforma potrebbe bruciare, spesso è più facile raccontarsi una storia che la piattaforma non sta davvero bruciando piuttosto che affrontare la paura di costruire una nuova piattaforma.

Quando la paura diventa abbastanza intensa, la nostra amigdala si attiva nel nostro tronco cerebrale rettiliano. Il meccanismo di lotta o fuga prende il sopravvento, aggirando la corteccia cerebrale, e tenta di salvare il proverbiale giorno. La stessa prospettiva, la minaccia di quella reazione istintiva alla paura è di per sé un’enorme paura.
Quando la paura è assente, ci raccontiamo storie felici che ci motivano a raggiungere obiettivi ambiziosi.

In triste contrasto, quando la paura sostituisce la fiducia, ci raccontiamo storie per darci il permesso di evitare di fare la cosa spaventosamente impegnativa e invece facciamo cose irragionevoli. Così i giapponesi sono diventati una tale minaccia nella seconda guerra mondiale da doverli internare. Con la stessa logica per molto tempo non è si è permesso ai gay di prestare servizio militare, perché “coesione dell’unità” sarebbe andata in pezzi. Così ora la paura del Covid ci allontana dagli altri, va vedere chi non è vaccinato come un untore. Fa rinchiudere in casa le persone.

L’alternativa c’è: Inghilterra e Spagna ce lo insegnano. Bisogna uscire dalla paura e tornare a vivere, a stare con gli altri. E’ una malattia e si cura. Chi ha paura può prendere precauzioni e la vita può ricominciare.

 

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