47 anni dall’affondamento dell’imbarcazione con quasi 1000 bidoni tossici al largo di Otranto

Il 14 luglio 1974 è affondata la nave “Cavtat” poco distante dalla costa di Otranto. Allora si precipitò nell’incubo generato da una terribile quanto assurda collisione tra navi al largo delle sue coste, perché all’interno del natante, si seppe poco dopo, vi erano 909 bidoni di sostanze tossiche pericolosissime. Contenitori che furono poi oggetto di una delle più importanti opere di recupero del carico che si siano registrate nei mari italiani a seguito della coraggiosa iniziativa dell’allora pretore di Otranto e poi senatore Alberto Maritati. Un’opera titanica per l’epoca. In un bell’articolo del 05 marzo 2014 che ci piace ricordare ogni anno, il giornalista Gianni Lannes, sottolineava che “La Cavtat era partita il 28 giugno dall’Inghilterra, porto fluviale di Manchester. Destinazione: Rijeka-Fiume. 2.800 tonnellate di carico. E in più, duecentosettanta tonnellate di piombo, tetraetile e tetrametile, in 909 bidoni trasportati per metà sopracoperta e per l’altra metà nelle due stive. La Lady Rita [ndr l’altra nave], invece vuota, navigava in senso inverso:destinazione Djela e Casablanca. Di questi, ufficialmente 863 furono recuperati nel 1978.” Ed infine, sempre lo stesso giornalista pose un’inquietante domanda: “Una parte dei veleni è ancora nel relitto della Cavtat?”.

Ma noi poniamo un altro quesito: c’era dell’altro? Ed anche Giovanni D’Agata, presidente dello “Sportello dei Diritti”, ogni anno ripropone queste domande, senza che nessuno, neanche i parlamentari cui nel tempo ci siamo rivolti, ci abbia saputo o, forse voluto, dare alcuna risposta.

Ed allora, anche questa volta in occasione del tragico anniversario, ci appelliamo nuovamente all’attuale Governo perché cancelli ogni segreto e renda pubblici tutti i documenti relativi a questa storia perché si sgombri il campo dalle tante storie raccontate, quasi divenute leggendarie, tra cui quella delle armi contenute nella stiva, forse destinate a foraggiare il naufragato “Golpe Borghese”.

Ed ancora, un nuovo appello anche al Ministero dell’Ambiente, affinché ordini l’effettuazione di un’immediata e non più procrastinabile opera di verifica del relitto perché mancano alla conta ben 46 fusti dei quali, purtroppo, non è stato mai dato puntuale riscontro circa il recupero. Quella nave e il suo contenuto o meglio ciò che ne resta dopo quasi mezzo secolo in fondo al mare, infatti, lasciano aperti inquietanti quesiti cui sembra che nessuno abbia il coraggio di voler dare risposta. Come tanti misteri italiani che si preferisce lasciare nel dimenticatoio piuttosto che approfondirli e svelarli ai cittadini perché a volte, il silenzio, si pensa, faccia meglio di una triste verità. Eppure, se all’epoca dei fatti le operazioni di recupero apparirono quasi impossibili, oggi a quasi mezzo secolo di distanza, 93 metri sotto la superficie del mare non dovrebbero apparire più una quota proibitiva per un’ispezione, specie se si ragiona con le moderne apparecchiature utilizzabili per le ricerche oceanografiche. Non possiamo, quindi, permettere che rimanga il sol dubbio che anche uno ed uno solo di quei bidoni abbia potuto avvelenare il nostro mare o continui a perdere, goccia a goccia, il suo carico tossico. Lo dobbiamo fare subito, per capire se la salute dei salentini che mangiano abitualmente il pesce di quelle zone e si bagnano in prossimità di quelle acque possa essere stata intaccata o potrà continuare ad esserlo.

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